La donna che ha "inventato" il Barolo e l'Italia che ha la sua nuova capitale del vino

Un evento in controtendenza, che unisce competenze, tipicità e territorio e sfida la paura e il blocco causati dalla pandemia. Dentro c'è la storia di Juliette Colbert

La marchesa Colbert e il territorio del Barolo. Due storie strettamente legate
La marchesa Colbert e il territorio del Barolo. Due storie strettamente legate

È ufficiale. A partire dal prossimo anno, l’Italia avrà la sua capitale del vino. Diversa ogni anno, perché ci sono capitali inamovibili – o quasi – e altre, invece, che è giusto che si avvicendino, così come si avvicendano gli uomini e le stagioni. E se pensiamo alle stagioni, viene subito in mente la vite, uno degli ultimi baluardi rimasti a rammentarci che in natura tutto nasce e arriva a compimento secondo stagione, quell’intervallo di tempo compreso tra un equinozio e un solstizio, nel quale la terra si allontana dal sole per poi riavvicinarsi, in un eterno valzer sul grande parquet dell’universo.

Un evento in controtendenza

Forse è un incipit fuori scala, dati i tempi che stiamo vivendo. Siamo di nuovo tappati in casa, l’orizzonte spazio-temporale limitato, ogni nostra velleitaria fuga in avanti regolarmente tarpata da timori, regole, divieti. Ma la recente iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale Città del Vino, patrocinata dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, offre più di una ragione per alzare la testa e respirare a pieni polmoni. In primo luogo, la Città Italiana del Vino 2021 guarda al futuro, con una dose insospettabile di fiducia e ottimismo. Quando è stato presentato, qualche mese fa, il progetto ha fatto notizia, perché andava in controtendenza rispetto al diluvio di rinvii e cancellazioni di eventi di ogni genere. Istituire nel momento in cui tutto viene annullato o soppresso è un atto catartico, potente. In seconda battuta, l’idea di una “capitale”, col suo atteso programma di iniziative straordinarie, momenti di riflessione e variegate collaborazioni, intercetta il desiderio di conoscenza che, sempre di più, interesserà ogni settore della società, quando questa pandemia sarà finalmente terminata. Perché se è vero che tutti noi non vediamo l’ora di riprenderci la libertà di azione e movimento di un anno fa, è altrettanto certo che nulla è già più come prima, e che anche fenomeni all’apparenza “pop”, come l’enologia, saranno riletti alla luce delle implicazioni sociali ed ambientali che essi comportano. Uno sguardo alla storia dell’ente promotore può aiutarci a capire meglio gli obiettivi del riconoscimento Città Italiana del Vino.

Il paese di Barolo e le vigne attorno

Slow Food e Gambero Rosso: tutto è cominciato da quella guida

L’Associazione Nazionale Città del Vino nasce il 21 marzo 1987 (equinozio di primavera, a proposito di stagioni). Per chi ha buona memoria, solo l’anno prima lo scandalo del vino al metanolo aveva messo in ginocchio il settore vitivinicolo italiano, tra morti avvelenati, opinione pubblica nel panico e crollo delle esportazioni, in un autentico clima da caccia alle streghe. Molte cose sono successe nel 1987, a riprova, tra l’altro, della capacità di reazione che caratterizza alcuni segmenti della società nei momenti di massima emergenza. Oltre alla fondazione delle Città del Vino, infatti, occorre ricordare la nascita della guida Vini d’Italia, di Slow Food-Gambero Rosso. Due scommesse, entrambe coronate da un enorme successo, volte a restituire dignità a un comparto prostrato. E se la guida puntava tutto sulla figura del vignaiolo-contadino, smarcata dall’immagine divenuta improvvisamente ingombrante del produttore-commerciante, l’associazione delle Città del Vino guardava ancora oltre e presagiva nel vino una funzione di promozione territoriale, cultura del paesaggio e accoglienza. In una parola, l’associazione ha puntato forte sul “turismo”. Anzi, meglio, sull’enoturismo. Inoltre, fin dai primi passi, l’organizzazione è stata al fianco dei sindaci sul percorso, spesso tortuoso, delle buone pratiche comunali in materia di ambiente. Esemplare, in questo senso, il Piano Regolatore delle Città del Vino, approvato nel 1998, che fissò concetti validi ancora oggi: il vigneto, così come ogni appezzamento agricolo, è parte fondamentale del paesaggio, la cui tutela è strategica per la qualità del territorio e pertanto va programmata nell’azione amministrativa. Non stupisce, alla luce di simili premesse, che l’organismo abbia deciso di rilanciare la riflessione sul ruolo del vino, individuando ogni anno una città che si ponga come esempio e modello di tali pratiche virtuose, e rappresenti una vetrina per quanto di meglio la cultura vitivinicola del nostro paese ha da offrire. Ricordiamo, infine, che l’associazione annovera oggi circa 500 comuni, ma che i soci fondatori furono appena 39. Tra questi c’era Barolo, che sarà Città Italiana del Vino 2021.

Degustazione ed enoturismo tra Langhe e Roero

La marchesa che ha "inventato" il Barolo

Il piccolo borgo delle Langhe, noto in tutto il mondo per l’omonimo vino rosso ottenuto da uve nebbiolo, ha impostato la propria candidatura come un lungo viaggio in equilibrio tra tradizione e modernità, in accordo con la natura stessa del Barolo, un vino dalla storia secolare, che negli ultimi 30 anni ha saputo rinnovarsi e aprirsi al mondo. Di strada, in effetti, il Barolo ne ha percorsa parecchia dai tempi di Juliette Colbert, l’ultima marchesa di Barolo, che, con felice intuizione, propose di chiamare col nome del paese il vino rosso affinato nelle cantine marchionali del proprio castello. È grazie a lei, prima “donna del vino” italiana e involontaria antesignana del marketing enologico, se, in pieno Risorgimento, il Barolo si accomoda alla tavola di re, generali e ministri. Il Novecento vede protagoniste le grandi famiglie del Barolo, che, con fiducia e maestria, cesellano l’immagine moderna del vino di Langa, resistendo alla tentazione di abbandonare la terra nei decenni della “malora”, raccontata con maestria dallo scrittore albese Beppe Fenoglio. Si arriva così al rinascimento degli anni Ottanta, avviato da una galassia di piccole aziende che giocano di squadra e rinnovano le tecniche di lavoro in vigna e in cantina. Nel 2014 l’Unesco riconosce come patrimonio collettivo i paesaggi e i saperi che questa terra accudisce e tramanda di generazione in generazione.

Cantine, tante tappe con dentro la storia profonda del territorio

Viticolture ed enoturismo: due anime diverse ma parallele

Barolo Città Italiana del Vino 2021 è il proseguimento naturale dell’avvincente epopea. Nuove sfide bussano alla porta nel complicato inizio del nuovo decennio. L’enoturismo ha fatto passi da gigante, è vero, ma la viticoltura rimane soprattutto sinonimo di lavoro e comunità. È memoria di una terra e di chi l’ha vissuta, curata, valorizzata. Il Comune di Barolo ha riunito soggetti istituzionali, fondazioni culturali e associazioni, invitandoli al confronto: Unione dei Comuni delle colline di Langa e del Barolo, Ente Turismo Langhe Monferrato Roero, Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Strada del Barolo e grandi vini di Langa, Enoteca regionale del Barolo, Slow Food, Artissima, Film Commission Torino Piemonte, Opera Barolo, Associazione culturale Castello di Perno e Fondazione Bottari Lattes, oltre al sostegno della Regione Piemonte. Il Barolo si declinerà in convegni e lectio magistralis, mostre d’arte, attività didattiche, sport, intrattenimento, mentre le stagioni, sempre loro, racconteranno riti e miti delle colline, rileggendoli in chiave contemporanea. Campagna e centri urbani dialogheranno in nome delle buone pratiche di gestione territoriale. Lo scambio di idee e conoscenze coinvolgerà ospiti internazionali. Il Museo del Vino (WiMu Barolo), che ha sede all’interno del castello comunale, supervisionerà l’intero cartellone di appuntamenti, attraverso il suo comitato scientifico. Tra gli eventi più attesi, il lancio della “Hall of Fame del vino italiano”, dedicata ai padri fondatori della viticoltura moderna. E, in estate, “palcoscenico in collina”, con le sue proposte di attività e spettacoli outdoor, nella meravigliosa cornice dei cru del Barolo.

La paura si vince scommettendo sul futuro

Occorre una certa dose di coraggio, forse anche di incoscienza, per mettere tanta carne al fuoco in un contesto storico così incerto. Ma è proprio questo il tempo delle scommesse. Come all’indomani del 1986, bisogna guardare oltre l’ora più buia e immaginare un nuovo inizio. Da qualche parte, oltre le colline, il sole è già pronto a sorgere, e presto tornerà a illuminarci.

 

Tiziano Gaia è nato a Torino nel 1975. A lungo responsabile delle pubblicazioni enologiche del movimento Slow Food, è direttore del comitato scientifico del WiMu, il Museo del Vino a Barolo, e collabora con la rivista internazionale «Decanter». È autore e regista di documentari, tra cui «Barolo Boys. Storia di una rivoluzione» e «Itaca nel Sole. Cercando Gian Piero Motti». Il suo ultimo libro è Stappato. Un astemio alla corte di Re Carlo (2019, Baldini+Castoldi)