Il "balòn" tra i castelli e i vigneti riaperti: così rinasce l'enoturismo nel rispetto di salute e ambiente

Alle porte dell'estate e dopo il lockdown la voglia di viaggiare, scoprire, gustare è massima. Le Langhe e il Roero presentano i loro itinerari. Per alcuni di questi è un debutto assoluto

A sinistra: un'azione di balòn-pallapugno. A destra: uno dei castelli piemontesi riaperti dopo il lockdown
A sinistra: un'azione di balòn-pallapugno. A destra: uno dei castelli piemontesi riaperti dopo il lockdown

C’è uno sport popolare molto amato tra le colline di Langhe e Roero, la mia terra d’origine. Si chiama pallone elastico, in dialetto balòn, e si gioca da tempo immemore sulle piazze, all’ombra dei campanili, e nelle aie delle cascine. Due squadrette di giocatori si scambiano una palla, di 10 cm di diametro per 190 grammi di peso, da una parte all’altra del terreno di gioco, colpendola forte con il pugno o con il polso, debitamente fasciato. Il gesto di ribattere con decisione la sfera, cercando di realizzare un fuoricampo che decida lo scambio, è detto “ricaccio” ed è diventato un vero e proprio modo di dire: si ricaccia non solo per portare a casa il punto, ma, simbolicamente, contro ogni genere di avversità. Mai come in questo momento, è ora di “ricacciare”.

Mi occupo da anni di promozione territoriale, in particolare di enoturismo, un settore uscito piegato dall’emergenza coronavirus. Non solo il Piemonte, regione a forte vocazione vitivinicola, ma ogni distretto italiano ha accusato il colpo. Qualcosa si sta muovendo, per fortuna. Nel ponte del 2 giugno, i castelli di Langhe e Roero hanno riaperto i battenti; per alcuni è stata la prima volta nel 2020. A Barolo, il castello Falletti, simbolo della zona in cui nasce il “Re dei vini”, noto in tutto il mondo, è pronto ad accogliere i visitatori in sicurezza: prenotazione fortemente consigliata, ingressi contingentati, percorsi obbligatori tra una sala e l’altra. Al suo interno è ospitato il WiMu, il museo del vino realizzato dieci anni fa dallo scenografo svizzero François Confino, che a Torino ha curato gli allestimenti del Museo Nazionale del Cinema e del Museo dell’Automobile. Mi emoziona il pensiero che la cultura e la storia possano veicolare messaggi e valori positivi in questo duro momento. Le morbide colline che cingono il maniero e il piccolo borgo di Barolo hanno già attraversato fasi difficili, addirittura tragiche, in passato. All’inizio del Novecento, la fillossera contaminò e distrusse oltre il 90% dei vigneti, determinando un tracollo economico di enormi proporzioni. L’onda lunga dell’ultimo conflitto mondiale si tradusse nello spopolamento delle campagne e in quella pagina di miseria diffusa, mirabilmente descritta dall’albese Beppe Fenoglio ne La Malora. Eppure, il territorio ne è uscito ogni volta più forte, investendo su sé stesso e su quanto di più prezioso aveva e possiede tuttora: la bellezza del paesaggio, la qualità dei prodotti della terra, i saperi di generazioni di agricoltori e artigiani.

Un segno di fiducia

L’apertura di castelli e musei rappresenta, per il suo forte valore simbolico, un segno di fiducia e speranza per i produttori di vino e, un po’ di riflesso, per molti ristoratori e albergatori. Con l’estate alle porte, ci si domanda anche se le cantine, capaci di muovere milioni di appassionati, potranno ripartire con i tour e le visite. Le recenti dichiarazioni di Donatella Cinelli Colombini, viticoltrice toscana e voce autorevole dell’enoturismo italiano, sono rivelatrici: l’accoglienza dovrà passare esclusivamente attraverso gli spazi aperti, il che significa, in sostanza, che i vigneti si prenderanno tutta la scena. Troppo rischioso far entrare in contatto cantinieri e turisti, troppo complesso sanificare in continuazione gli ambienti. Del resto, le cantine sono un luogo di produzione più che di intrattenimento, sono lo scrigno, ovattato e intimo, in cui il vino riposa, affina, matura. Lo spettacolo si trova all’esterno, tra filari e capezzagne, dove i profumi e i colori stordiscono e ammaliano, e dove molte aziende si stanno attrezzando per ricevere gli ospiti, per le degustazioni di vini e prelibatezze locali sotto un pergolato, per praticare corsi di yoga e camminate letterarie. Il tutto nel rispetto, decisamente agevolato visti gli ampi spazi, delle misure precauzionali prescritte. La pensa allo stesso modo Giancarlo Gariglio, curatore della guida Slow Wine, che da un decennio predica la centralità del vigneto rispetto alla cantina: «Pensiamo al ruolo marginale avuto in passato dagli agronomi, surclassati dalla fama degli enologi superstar. Questa è l’occasione per tornare a parlare di terra, stagionalità, rapporto uomo-ambiente. Di natura, insomma».

La grande domanda: quale sarà il turismo alla riapertura

Quanto alle orecchie che ascolteranno tali racconti, non c’è dubbio che saranno per lo più italiane. Un argomento spinoso. Molti paventano la prevedibile assenza o scarsità dei turisti internazionali come una battuta d’arresto insostenibile. Ci siamo così abituati a presentarci al mondo come il Bel Paese, la nazione con il più alto numero di siti Unesco, e che detiene il 50% del patrimonio artistico mondiale, da dimenticarci di usufruirne! Facciamo in modo, allora, che l’estate 2020 sia, a tutti gli effetti, “la nostra estate”, quella in cui milioni di italiani riscopriranno l’Italia. È un’immagine un po’ retrò, lo riconosco. Ma, a differenza degli anni ’50, oggi possediamo una maggiore consapevolezza del ruolo che storia, arte, cultura e territorio possono giocare in chiave di rinascita spirituale, civica ed economica. E finiamola con i falsi esotismi: per me, piemontese fino al midollo, qualunque altra regione, per quanto già visitata, resta un mondo da esplorare e scoprire. È una bella sfida per tutti, me ne rendo conto. Una partita di balòn su scala nazionale, in cui la forza del “ricaccio” collettivo segnerà la differenza tra uscire sconfitti o conquistare il punto.

Tiziano Gaia è nato a Torino nel 1975 e ha vissuto a Castellinaldo (Cuneo), il paese di cui è originaria la famiglia. A lungo responsabile delle pubblicazioni enologiche del movimento Slow Food, è direttore del comitato scientifico del WiMu, il Museo del Vino a Barolo, e collabora con la rivista internazionale «Decanter». È autore e regista di documentari, tra cui Barolo Boys. Storia di una rivoluzione e Itaca nel Sole. Cercando Gian Piero Motti. Il suo ultimo libro è Stappato. Un astemio alla corte di Re Carlo (2019, Baldini+Castoldi).