Viaggio tra i tesori di fuoco e gusto: sui versanti dell'Etna, dove riti antichi e bellezza si abbracciano

Qui nasce la prima Docg italiana, qui i vapori del più grande vulcano attivo eurasiatico schiudono paesaggi unici, da esplorare in molti modi

Le nevi che si sciolgono e la primavera-estate che fa rifiorire il territorio etneo (Shutterstock)
Le nevi che si sciolgono e la primavera-estate che fa rifiorire il territorio etneo (Shutterstock)

Mungibeddu, Idda, 'a Muntagna sono solo alcuni dei nomi con cui i siciliani e nello specifico gli abitanti del catanese chiamano l'Etna. Siamo di fronte al più alto vulcano attivo della placca euroasiatica, un vero e proprio portento che non smette di suggestionare il mondo con le sue frequenti eruzioni con le quali i cittadini locali hanno imparato, ormai, a convivere. Eruzioni che hanno dato origine a gran parte dei terreni che tanto contraddistinguono il paesaggio e, dato il tema di questo articolo, il contesto vitivinicolo del Mongibello.

La magia attorno all'Etna: foto

La nuova "eruzione" dopo anni di stasi

Un areale, quello etneo, in grande ascesa, che in pochi anni ha saputo attestare la propria imprescindibile identità attraverso una viticoltura peculiare e la produzione di vini capaci di tradurre in maniera nitida le caratteristiche pedoclimatiche di questi vigneti vulcanici. Una denominazione che ha visto “esplodere” la propria produzione vinicola, in maniera esponenziale, dopo anni di stasi.

Va ricordato, infatti, che Catania fu la provincia più vitata dell’intera isola (arrivò a 90mila ha), ma fillossera, eruzioni, vigneti impervi, nuovi dazi commerciali (gran parte del vino “sfuso” prodotto veniva trasportato dal porto di Riposto verso Nord) e l’industrializzazione con il conseguente abbandono delle campagne, ridussero drasticamente la produzione vitivinicola dell’area fino agli anni ’90, quando iniziò la rinascita dei vini del vulcano. Fu allora che antichi palmenti e secolari vigneti ad Alberello etneo iniziarono ad essere restaurati e ripristinati, affiancati da cantine più moderne e nuovi impianti, grazie alla lungimiranza di produttori e imprenditori locali e non.

L'Etna nel calice

Oggi è grazie a un'identità impossibile da snaturare che i vini etnei possono trascendere e  bypassare il concetto prettamente varietale in favore di quello territoriale, più ampio e sensato. Sì, perché chi beve un Etna non beve solo Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio nel caso dell’Etna Rosso o Carricante, Catarratto (sarebbe meglio dire “i Catarratti”), Minnella, Trebbiano e altri vitigni locali nel caso degli Etna Bianco, bensì beve Etna

La prima Docg italiana e non a caso

Per quanto questo concetto possa sembrarvi pacifico, è molto distante da ciò che è accaduto con l'”escalation” della viticoltura e dell'enologia moderne, che sono state spesso troppo protese verso il monovarietale e la caratterizzazione stilistica dei vini in base al mercato e al target di riferimento. Oggi, fortunatamente, il territorio (un po' sulla scia del successo planetario di zone come la Borgogna o Montalcino) si cerca di valorizzare il territorio per la propria vocazione e per l'unicità che può conferire alle produzioni locali. Per l'Etna la cosa è stata fondamentale, in quanto i vini che venivano prodotti alle falde del vulcano erano sempre da uvaggio (i vignaioli raccoglievano insieme le uve di vigneti, per lo più ad alberello etneo, in cui erano presenti diverse varietà  per poi cofermentarle).

Quindi un’identità etnea che va oltre il varietale, oltre la tipologia ma che vede nelle Contrade un ulteriore valore aggiunto in termini di specificità e peculiarità. Fondamentale resta, però, l’interpretazione del singolo, quella componente antropologica (agronomi ed enologica) dalla quale il concetto di terroir non può e non deve prescindere, nonostante la forza espressiva del Mongibello debba restare il comun denominatore dei vini del vulcano. Nonostante il successo della denominazione sia relativamente recente, quella dell'Etna Doc e la prima denominazione di origine controllata nata in Sicilia, nonché di una delle più antiche d’Italia (1968).

Colori e sapori dei versanti vulcanici

Oggi i vigneti etnei ricoprono una superficie di ca. 1100ha e sono disposti principalmente fra i 300 e i 900 metri ca., spingendosi in alcune zone fino ad oltre 1.100 metri di altitudine. 383 sono i viticoltori e 140 le cantine consorziate.

Se le contrade, che fungono da MGA nella zonazione dell'areale etneo, sono 133 Contrade a rendere più semplice ma, al contempo, esaustiva la divisione in macro-aree del territorio concorrono i versanti dell'Etna:

- Versante Nord: i vini in questo versante a trazione rossista vantano un buon equilibrio fra struttura e freschezza e manifestano una buona longevità.

- Versante Est: è il versante a trazione bianchista, in cui il Carricante prevale sugli altri varietali. Milo è il riferimento di questo versante rappresentando l’unico comune nel quale è possibile produrre l’Etna Bianco Superiore, espressione di finezza, verticalità e grande longevità.

- Versante Sud-Est: vigneti ad alta quota adagiati sui numerosi i coni eruttivi spenti, una benefica influenza marina e un irradiamento ottimale. Queste sono i presupposti ideali per avere vini coerenti ed equilibrati, con una buona continuità produttiva.

- Versante Sud-Ovest: è il versante del quale si è parlato di più negli ultimi anni in quanto oggetto di investimenti importanti, nonostante (o grazie) la sua vocazione percepita sia inferiore a quella del versante “nord”. Forte l’escursione termica, specie nei vigneti più in quota (qui oltre i 1.000 metri slm), più contenute piovosità e umidità, con venti caldi a mitigare e asciugare quando occorre. Ottimale l’irradiamento solare, sia per intensità che per arco temporale. I vini di questo versante sono tendenzialmente più carichi di colore, vantano uno spettro olfattivo più intenso e un maggiore grip tannico.

I sapori da non perdere

Un territorio unico nel suo genere che fa della fertilità dei suoli e del microclima particolare (specie se ci si alza in termini di altitudine) dei valori tipici di quello che potrebbe essere considerato un continente nel continente, se si pensa alla Sicilia come a una regione dalle caratteristiche già di per sé molto identificative e peculiari. Un'area in cui, oltre alla viticoltura, gli enoturisti potranno deliziare i propri palati con eccellenze agroalimentari quali il miele, le mele, l’olio, le castagne, i funghi, le mandorle e le nocciole, gli ortaggi e, soprattutto, il tipico Pistacchio di Bronte, noto in tutto il mondo. Non da meno sono gli agrumi come il limone Etna Igp, le arance e i mandarini locali. In parole povere, tutto ciò che cresce sul vulcano acquisisce caratteristiche identitarie uniche di mineralità, freschezza e profumi.

In giro per il territorio 

Che siate in auto, in moto, in bicicletta o a piedi l'Etna vi accoglierà con la sua natura rigogliosa alternata dalle colate laviche più recenti e tra pinete, faggete e boschi di ginestre (specie endemica etnea) potrete godervi un contesto di rara bellezza e integrità, carico di biodiversità. Se sarete fortunati potrete sorseggiare un calice di vino Etna Doc, assaggiando piatti della cucina locale mentre, da una delle bocche, fuoriescono le  cosidette fontane di lava.

Un legame viscerale

Sia chiaro, l'Etna permette di poter ammirare questi spettacoli della natura solo in quanto attentamente monitorato e sempre con la dovuta cautela e a distanza, ma è importante comprendere quanto sia viscerale il rapporto tra chi vive e dipende in maniera quasi simbiotica da esso. Un rapporto che da e toglie, che riempie gli occhi di meraviglia e il cuore di paura, che rende più fatalisti ma, al contempo sognatori. E' così che mi piace vedere i vignaioli etnei che, ogni anno, cercano di portare in bottiglia tutta quella bellezza, quella potenza e quell'unicità che solo la loro “Montagna” può e sa conferire al vino.

Quando il gigante esplode: le immagini