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"Il caffé sta finendo": coltivazione insostenibile, terreni distrutti. Perché è in arrivo quello sintetico

Uno studio commentato dal Wall Street Journal torna sull'allarme già lanciato sulla produzione di questa richiestissima bevanda. Un mercato miliardario

di FoodCulture   
Caffé, un piacere quotidiano destinato a cambiare (montaggio da Shutterstock)
Caffé, un piacere quotidiano destinato a cambiare (montaggio da Shutterstock)

Due miliardi di tazzine di caffé consumate ogni giorno nel mondo. Il dato è il primo fra quelli raccolti e approfonditi dal Wall Street Journal in uno studio (disponibile qui) che sta facendo molto discutere. Perché in base a quei dati viene fuori lo scenario di una coltivazione insostenibile che arriverà a un punto morto. Godiamoci la nostra tazzina "organica" perché c'è chi da tempo (e ora con maggiore forza) lancia allarmi sull'impossibilità di produrre a questi ritmi, specie la qualità più pregiata, l'Arabica, che però è stata sequenziata geneticamente per preservarla di fronte ai rischi di un clima sempre più imprevedibile ed estremo. Ma vediamo perché l'inchiesta del WSJ arriva a parlare di fine del caffé come lo conosciamo.

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Numeri insostenibili

Il titolo dell'articolo è eloquente: "Perché potresti presto ritrovarti a bere caffé sintetico". Cioè prodotto in laboratorio con tecniche simil a quelle della carne coltivata che tanto fa discutere e in particolare imbestialire il governo della Sovranità alimentare, com'è al momento il nostro. Però la questione esiste da tempo, e diventa più pressante. Secondo gli ultimi dati, commentati dal WSJ, una pianta del caffé Arabica produce fra i 450 e i 900 grammi di materia prima l'anno. Ci vogliono almeno 20 di queste piante per soddisfare il desiderio di chi è solito farsi due tazzine di caffé al giorno. La continua richiesta mondiale porta a perdita di biodiversità, deforestazione selvaggia, sfruttamento di chi lavora in coltivazioni e piantagioni e impoverimento grave dei terreni di cui si stima la perdita di utilità completa entro il 2050. In termini biologici e geologici, è come parlare di dopodomani. 

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I semi potenziati e chi ne è proprietario

Da qui la necessità di mettere al riparo la materia prima e di preservarne i volumi di produzione senza le ricadute sempre più dannose di cui si scriveva poco sopra. Per questo sono già in azione una decina di aziende che stanno perfezionando la produzione di caffé in laboratorio, mentre grossi marchi commerciali, come la catena Starbucks, stanno finanziando operazioni di rafforzamento genetico dei semi così da renderli resistenti al cambiamento climatico. Semi "proprietari", un po' come Bayer e Monsanto si spartiscono i dritti mondiali dell'utilizzazione di altri semi per materie prime alimentari, e relativi farmaci per salvaguardare le colture. Siamo pronti per una bella tazza di caffé sintetico?

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di FoodCulture   

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