Se la Russia taglia le forniture di grano: "Lo daremo solo ai Paesi amici". Cosa faremo ora

Mosca è terza produttrice e prima esportatrice al mondo, moltissima materia prima arriva in Italia. C'è un piano b alimentare di fronte alla minaccia? Vediamo

Meno prodotto, prezzi più alti, quantità scarsa: la paura a tavola (Foto Shutterstock)
Meno prodotto, prezzi più alti, quantità scarsa: la paura a tavola (Foto Shutterstock)
TiscaliNews

Terzo produttore di grano al mondo (dopo Cina e India) e primo esportatore. Bastano questi dati per capire che con la Russia non si scherza. Fra i primi dieci esportatori di cereali a livello internazionale, il Paese retto da Putin è stato un partner di alto livello e ora che dal Cremlino dicono di essere pronti ad un taglio delle forniture ai Paesi che sostengono la posizione Usa nella crisi che riguarda l'Ucraina, la preoccupazione cresce. Lo si è visto al supermercato, dove beni come l'olio di semi di girasole (ne abbiamo parlato qui) la carne di pollo sono sottoposti a "razzie" da parte delle persone preoccupate dalla guerra e che fanno scorte in modo irrazionale. Ma che succede se il grano russo non arriva più in Italia?

Lo scenario alimentare che ci aspetta

"Nell'ultimo decennio la Russia ha più che raddoppiato le sue esportazioni di grano, mentre il mercato mondiale è cresciuto solo di un terzo. La quota del Paese sul mercato globale [del grano] è praticamente raddoppiata in quel periodo" ha detto Denis Ternovskij, del Center for Agri-Food Policy (IPEI). Se Mosca chiude i rubinetti del grano, il Fondo Monetario Internazionale segnala, nelle parole della direttrice generale Kristalina Georgieva, che "a causa del blocco delle esportazioni di prodotti agricoli da Ucraina e Russia, la guerra sta già provocando un forte aumento dei prezzi". E l'Onu ribadisce: "La guerra della Russia contro l'Ucraina minaccia la quota di cibo mondiale che normalmente si riesce a fornire e a mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo, in particolare dei più poveri del mondo". Quindi l'Italia è esclusa? Commentatori di vario taglio cominciano a usare una parola che in Europa era in disuso da decenni: carestia. Cosa intende fare il nostro Paese davanti alla prospettiva della scarsità di grano?

La strategia italiana

Aumentare l'autoproduzione? Non servirebbe a risolvere il problema. L'Italia non ha autosufficienza su questo fronte e se dovessimo servirci esclusivamente di grano italiano la scarsità aumenterebbe, detto che la qualità coltivata nel nostro Paese è carente in resa, resistenza alla cottura e valori nutrizionali (spieghiamo qui e qui perché). Non è ancora il caso di disperare ma serve un piano b. Uno studio di Coldiretti rivela che lo scorso anno l'Italia ha importato dal Paese di Putin circa 153 milioni di chili di grano, dei quali 96 milioni di chili di tenero per la panificazione e 57 milioni di chili di duro per la produzione di pasta. La dipendenza del nostro Paese risulta però limitata con appena il 2,3% del totale del grano importato dall'estero, tra duro e tenero. A preoccupare l'Italia sono soprattutto le difficoltà nelle semine primaverili di cereali in Ucraina che saranno praticamente dimezzate su una superficie di 7 milioni di ettari rispetto ai 15 milioni precedenti all'invasione della Russia che sta bloccando anche le spedizioni dai porti del Mar Nero. Sarà il comparto zootecnico, di allevamento, a soffrirne, non il pane e la pasta nelle nostre dispense e tavole. Esistono ipotesi di maggiore approvvigionamento dagli Usa e dalla Cina (che però ha avuto raccolti minori negli ultimi due anni) e a questo va aggiunto che tra pochi mesi inizierà la raccolta del grano seminato in autunno in Italia dove secondo l'Istat si stimano 500.596 ettari a grano tenero per il pane, con un incremento dello 0,5% mentre la superficie del grano duro risulta in leggera flessione dell'1,4% per un totale di 1.211.304 ettari. Poi c'è il piano di espansione europeo.

Come ci aiuta l'Ue di fronte alle minacce alimentari di Mosca

L'emergenza cereali creata dalla guerra in Ucraina sta portando al piano Ue per l'aumento delle aree coltivabili in Europa di circa 4 milioni di ettari, 200mila dei quali in Italia. Se ne dovrebbero ricavare 15 milioni di quintali in più. Basteranno? Non del tutto, soprattutto sul fronte dei cereali per l'allevamento, metà del cui quantitativo importiamo proprio dall'Ucraina. Meglio andrà nella risposta alla penuria di grano da pasta e panificazione, nell'immediato. E' un primo passo, non l'unico che servirà

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