I signori del cibo: chi lo fa sparire e aumenta i prezzi. Dieci nomi e due inchieste per sapere tutto

Il mantra "c'è la guerra in Ucraina, il grano non arriva e tutto costa di più" è solo la punta dell'iceberg. Lo sentiamo nelle nostre tasche. Cosa c'è sotto

I prezzi dei generi alimentari volano (Foto Shutterstock)
I prezzi dei generi alimentari volano (Foto Shutterstock)

Prepariamoci a un periodo di complicazioni alimentari, che include il ritorno d'attualità di un termine tremendo che evoca i peggiori scenari: carestia. Di fatto per alcune zone del pianeta la mancanza di forniture di cibo, attribuite al blocco delle navi nel Mar Nero a seguito della guerra in Ucraina, la carestia è già una realtà. E come ha avvertito la Fao, riguarderà 14  milioni di persone, specialmente nel territorio africano. Ma l'onda lunga di una guerra che va prolungarsi sta finendo per incidere pesantemente sui prezzi, il carrello della spesa e le provviste delle famiglie europee. E' cominciata con la psicosi da olio di semi di girasole, ora la paura e il caro-prezzi toccano un paniere di cibi sempre più ampio. Perché? E' tutto spiegabile con la cattiveria di Putin e l'indisponibilità di Biden a cedere di un centimetro sulla strada della non belligeranza? Nella prima parte del nostro approfondimento, su FoodCulture abbiano affrontato il tema della speculazione: c'è chi sa come approfittare di momenti di crisi. Ora andiamo più a fondo

Due inchieste, dieci nomi, le redini del mondo alimentare

Perché il cibo arriva in quantità sufficiente solo in certe zone del mondo, e perché ora in queste zone i prezzi volano in una tendenza che i governi non riescono ad arrestare, mitigandola appena con qualche taglio di tasse e bonus una tantum? Su questo tema, mai abbastanza sviscerato, torna una bella inchiesta di Marco Palombi, pubblicata dal Fatto Quotidiano. Rispondiamo alla domanda che tutti si fanno: perché i prezzi di farine, pane e pasta continuano ad aumentare? Secondo l'inchiesta di Palombi: "Circa il 90% del mercato globale dei cereali è intermediato da quattro multinazionali che si chiamano Amber Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) e Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi). Gli stessi quattro nomi controllano il 70% di tutte le materie prime agricole (oltre ai cereali, riso, olio di palma, zucchero, e altro.)". Sono questi i signori del cibo che decidono se e quanto aprire o chiudere i rubinetti della fornitura commerciale, lo scacco della politica sta nell'incapacità di controbilanciare gli speculatori.

Una delle navi con grano, cereali e semi, bloccate dalla guerra nel porto di Odessa (Shutterstock)

Chi fa fatica a riempire il carrello e chi conta i miliardi

L'inchiesta prosegue: "Cargill nell’anno fiscale giugno 2020/giugno 2021 ha dichiarato 135 miliardi di dollari di ricavi, Adm 86 miliardi, Bunge 60 miliardi nel 2021 e Louis Dreyfus 50 miliardi: i profitti netti cumulati si aggirano sui 15 miliardi. Qualunque sia il marchio sul pane, sulla bistecca di soia, sul riso che acquistate al supermercato sappiate che quasi sempre dietro ci sono quei quattro nomi. Una faccenda che ha ricadute enormi. Se un pugno di aziende sono il mercato sono loro a decidere il prezzo, a decidere chi vive e chi muore, cosa, dove e come viene coltivato: per questo, ci dice la Fao, in pochi decenni le grandi monocolture care alle multinazionali hanno ridotto del 75% la biodiversità sul pianeta, a non dire della deforestazione, che nel decennio 2010-2020 s’è mangiata una superficie grande come l’intera Spagna”. A monte c'è il mercato dei semi: "E i semi sono quattro nomi: dopo una serie di fusioni negli anni scorsi ChemChina (che in Italia ha quasi mezza Pirelli), Bayer, Corteva (ex Dow-Dupont) e il consorzio francese Limagrain controllano quasi il 60% delle sementi a livello globale, un mercato da 42 miliardi di dollari nel 2020. E pure i fitofarmaci per l’agricoltura sono quattro nomi: tre sono gli stessi delle sementi, la quarta è la tedesca Badai posto dei francesi di Limagrain, e in quatto valgono il 66% di un settore che fattura quasi 60 miliardi. Un mostro a cinque teste da centinaia di miliardi di di dollari di ricavi annui che fa il bello e il cattivo tempo sui contadini dell’intero pianeta".

La geografia del potere alimentare e il lavoro di Liberti

Altro passaggio dell'inchiesta di Palombi che ricostruisce il sistema di potere e la capacità di gestire la speculazione sulle tasche dei consumatori: "Secondo un report 2017 di Coldiretti nella grande distribuzione i primi dieci grandi rivenditori di generi alimentari coprono il 30% delle vendite mondiali (dal colosso Walmart ai tedeschi di Schwarz Group, quelli di Lidl, fino ai francesi di Carrefour, in attesa della crescita scontata di Amazon). Quattro o cinque società pesano per metà o due terzi delle vendite dell’80% dei prodotti alimentari”. Ancora più su ci sono i signori del capitale: "Fondi come BlackRock, Capital Group, Vanguard Group, Sun Life Financial, State Street e il Fondo pensioni norvegese (che non è il piccolo e bonario investitore che il nome farebbe presumere) hanno partecipazioni in molte multinazionali del cibo – teoricamente concorrenti tra loro – ma al gioco partecipano anche grandi investitori privati (Warren Buffet controlla Kraft Heinz col fondo 3g Capital) e qualche banca (CréditAgricole, Deutsche Bank, ecc.)”. Il lavoro di Marco Palombi echeggia una importante inchiesta del 2017 di Stefano Liberti, intitolata I signori del cibo, poi diventata un libro da non perdere se si vuole capire chi sta giocando all'ottovolante con le nostre tasche al supermercato. In questo lavoro si insiste molto sulla pratica del land grabbing come strumento di prima egemonia alimentare. Poi ci sono altri nomi che controllano circa 700 marchi e il 70 per cento delle derrate alimentari del pianeta. Alcuni sono noti: Pepsico, Nestlé, Mondelez, Coca Cola. Ne parleremo nella terza parte di questo approfondimento.  

Una ricostruzione della geografia del potere sul cibo, pubblicata da Giallozafferano