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Benvenuto, zibibbo! La cantina di Giovanni e la sua storia di eccellenza internazionale

Giovanni Celeste Benvenuto ha scelto di restare nella terra da cui i più scappavano via, è ripartito da quella terra, dai divieti abbattuti. Il ritratto

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

In modo lento ma spedito, la Calabria conquista una posizione di prestigio nel mondo del vino italiano. Negli ultimi anni sono nate diverse realtà interessanti che recuperano i vitigni autoctoni tradizionali all’insegna della qualità. Diversi protagonisti della scena vitivinicola calabrese hanno messo in piedi nuovi progetti di vita, lasciando altre professioni, per ritornare in Calabria e investire sui vigneti di famiglia. Tra questi c'è Giovanni Celeste Benvenuto, ormai da più di venti anni impegnato a Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia, nel recupero delle vigne abbandonate del nonno. Il padre era emigrato diversi anni fa, prima a Roma e poi a Tagliacozzo, in Abruzzo, sposando una donna del luogo.

Tutti scappavano via, lui è rimasto

Giovanni nasce a Tagliacozzo e qui cresce e studia fino ai 18 anni, finché l’amore per la Calabria, continuamente ispirato dal papà, lo porta a fare una scelta controcorrente. Ritornare al sud, con l’obiettivo di fare impresa e valorizzare uno dei vitigni più misteriosi e seducenti del mondo: lo Zibibbo, vitigno a bacca bianca molto antico, appartenente alla famiglia dei moscati, che proviene dall’Egitto (da qui il nome di Moscato d’Alessandria), stretto parente di altre varietà coltivate nel basso bacino del Mediterraneo come il Moscatel de Malaga e il Moscatel de Jerez (entrambi diffusi nel Sud della Spagna), il Muscat Gordo Blanco e il Salamanna. 

Ripartire dallo "zabib"

L’origine del nome non è certa, ma è possibile che derivi dalla parola araba zabīb, che vuol dire “uvetta” o “uva passita”. Noto soprattutto per i morbidi e sensuali passiti di Pantelleria, la splendida isoletta della Sicilia, in pochissimi sanno che lo Zibibbo è da sempre un vitigno autoctono della zona di Pizzo Calabro. “In questa zona, dove arrivò grazie ai Fenici, lo Zibibbo si fa da sempre”, spiega Giovanni Benvenuto. Tuttavia, “per difendersi dagli attacchi provenienti dal mare gli abitanti si allontanarono dalla costa, indietreggiando verso l’interno fino ai 300 metri sul livello del mare. In altura le vigne accumulano meno zuccheri e, grazie anche a questa particolarità, per secoli lo Zibibbo è stato in questa zona un vino da pasto. Negli ultimi anni la storia e la tradizione di questo vitigno si stava perdendo”, racconta. Il rischio dell’oblio si trasforma in un’occasione. Giovanni Benvenuto rimette in produzione le vigne del nonno, non senza difficoltà.

Oltre i divieti

“All’inizio lo Zibibbo non si poteva nemmeno vinificare per motivi regolamentari e burocratici. Ho atteso per dieci anni, dal 2002 al 2013, una maggiore apertura e disponibilità da parte delle istituzioni e, nel frattempo, mi sono dedicato a delle sperimentazioni. Molti mi consideravano pazzo oltre che forestiero”, ammette. In più, ricorda, “lo Zibibbo è un’uva difficile da vinificare. Un tempo si pensava che fosse buono solo per il Natale e che poi si rovinava. È un’uva che ha anche bisogno di freddo”. Ma adesso è tutto cambiato. Grazie alla sua intraprendenza e a quella di pochi altri produttori che hanno seguito le sue orme, lo Zibibbo di Pizzo è tornato sulla scena vitivinicola ufficiale, riconosciuto come presidio Slow Food e ammesso nel disciplinare dell’indicazione geografica tipica della Calabria. Attenzione però. Pur essendo considerato il principe dei vitigni aromatici (tra gli altri, il Gewürztraminer, il Riesling e il Sauvignon Blanc) e benché sia diventato celebre nella versione appassita di Pantelleria, qui lo Zibibbo è per tradizione lavorato come vino secco, ideale dunque per accompagnare il pesce, i frutti di mare, le carni bianche e i formaggi.

L'esplosione di successo all'estero

È questo il genius loci di quest’areale che Giovanni Benvenuto ha saputo interpretare, con coraggio e lungimiranza, riuscendo a farsi notare e apprezzare prima di tutto all’estero: in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Nel maggio 2020 il New York Times inserisce lo Zibibbo secco di Cantine Benevenuto tra i 10 migliori bianchi d’Italia sotto i 25 dollari. Allo stesso modo, nell’aprile scorso, la prestigiosa rivista britannica Decanter lo seleziona per la classifica dei migliori 20 bianchi italiani. Un successo clamoroso se si pensa che la Calabria si sta affacciando sulla scena della viticoltura contemporanea di qualità soltanto da pochi anni. Una buona parte del merito è certamente del territorio. Dall’azienda Benvenuto, in contrada Ziopà, si vede e si gode della vicinanza alla Costa degli Dei. Un luogo straordinario, con le terrazze che arrivano a volgersi di fronte al mare. “Le nostre vigne - spiega Giovanni - godono di un canale di aria sapida dal mare. Grazie alla vicinanza alla Costa degli Dei questa zona è sempre ben arieggiata.

Se la mano dell'uomo affonda le dita in una terra speciale

Le viti affondano in un terreno rosso, ricco di ferro e molibdeno, un terreno granitico molto simile al granito sardo. Godiamo anche della vicinanza al Parco naturale regionale delle Serre”: un'area naturale protetta percorsa da due catene montuose, grandi boschi, corsi d'acqua con cascate. Poi, però, c’è la mano fondamentale dell’uomo. Dopo anni di prove e controprove, Giovanni ha ottenuto risultati indiscutibili con i suoi vini secchi. Lo Zibibbo regala vini dal piacevole profumo di zagara e pesca bianca caratterizzati da incantevoli note agrumate. Il colore è giallo paglierino e tende al dorato e all'ambrato quando si sottopongono le uve all’appassimento. Ma la specialità della casa, lo scrivevamo, è proprio la versione secca. Non a caso, racconta Giovanni, “in cantina usiamo l’acciaio perché  voglio raccontare il territorio”. Lo Zibibbo secco di Benvenuto è un vino elegante nelle note fruttate e floreali, fitto e succoso in bocca.

Qualcosa di speciale: l'Orange

Ma l’esemplare di Zibibbo più sorprendente è probabilmente l’Orange, un vino sottoposto a lunga macerazione che però non stressa troppo l’uva e ne mantiene intatte le caratteristiche tipiche: un vino capace di esprimere raffinati sentori di susina, nespola, erbe aromatiche, fiori e note iodate, fresco e vibrante in bocca. “Il merito è del nostro importatore francese che qualche anno fa mi propose di fare un vino macerato e mi fece assaggiare alcuni esemplari dell’enologia internazionale”, sorride Giovanni. L’Orange da Zibibbo, così, diventa il biglietto da visita di una Calabria proiettata con determinazione verso la qualità e un orgoglioso respiro internazionale.

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   
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