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Ma che birra d’Egitto! Il legame mistico e profondo tra la bevanda “giovane” e l’antico popolo dei faraoni

Scopriamo il profondo, inaspettato legame con un passato lontano ed affascinante, caratterizzato da regnanti, piramidi e divinità sanguinarie

Antonio Maria Guerra di Antonio Maria Guerra   
Immagine generata con l'Intelligenza Artificiale
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Non si può negare che la società moderna sia fortemente influenzata dai messaggi veicolati dai media: indicazioni che, tra l’altro, influiscono in modo determinante sulla percezione che la gente comune ha di un prodotto. Nel novero degli esempi a supporto di questa affermazione c’è la birra: bevanda che al giorno d’oggi è quasi sempre presentata al pubblico come “giovane”, associandola a concerti o ad allegri festini in discoteca, quando invece, tralasciando i messaggi pubblicitari ed indagando un po’ più a fondo, si scopre essere antichissima ed apprezzata da un gran numero popoli appartenenti ad un lontano passato. Popoli tra i quali, incredibile a dirsi, quello egizio.

La birra: il carburante degli antichi egizi

Ebbene si: sebbene a chiunque, pensando ad essa, è facile venga in mente un corpulento rappresentante della stirpe teutonica (o, tutt’al più, un vichingo), nell’atto di tracannarla da un boccale grondante soffice schiuma bianca, in realtà sarebbe molto più corretto, da un punto di vista storico, immaginare un suddito del faraone intento a rifocillarsi durante la costruzione di un tempio dedicato agli dei. Insieme al pane, la birra aveva infatti un ruolo assolutamente centrale nell’alimentazione di questa gente, in grado di fornire il sostanzioso apporto energetico necessario, ad esempio, al duro lavoro nei campi o, appunto, alla costruzione di una piramide! Del resto, dalle parti del Nilo, la materia prima per produrla non mancava: le terre di questa zona sono da sempre più che adatte alla coltivazione dei cereali, soprattutto orzo e frumento, ingredienti di fondamentale importanza. Nemmeno la competenza per prepararla difettava: un sapere tramandato fin da quanto, diversi millenni prima della nascita di Cristo, il popolo dei Sumeri avrebbe inventato il procedimento.

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Una birra differente dalla nostra

Ben inteso, la birra che al tempo si consumava in Egitto non era esattamente come quella attuale: in genere era più densa ed aromatizzata in molti modi. A tal proposito basti pensare che, all’epoca del Regno Antico, ogni famiglia aveva una propria ricetta di cui andava fiera e che custodiva gelosamente. Il prodotto più comune era molto calorico e ben poco alcolico: caratteristiche che lo rendevano adatto a persone di ogni età (si, persino ai bambini, una volta diluito), anche se non mancavano varietà più inebrianti, impiegate soprattutto nel corso delle festività religiose in cui erano estremamente utili per meglio “avvicinarsi” alle divinità.

La preparazione: un’arte tutta al femminile

La preparazione della birra, come peraltro quella del pane, era un compito demandato perlopiù alle donne: non è quindi un caso che fosse proprio una dea, Tenenet, la guardinga garante della tradizione. Nel periodo del Nuovo Regno il metodo più utilizzato prevedeva che grano ed orzo venissero mescolati ad acqua creando una poltiglia che, una volta versata in tini, era riscaldata per favorirne la fermentazione. Generalmente, questa miscela era aromatizzata grazie a diverse tipologie di erba e frutta. L’eventuale aggiunta di miele e datteri contribuiva ad aumentare il livello alcolico anche se, a causa dell’elevato costo delle materie prime, ciò avveniva solo nel caso la bevanda fosse destinata ai nobili, ai ricchi o a particolari celebrazioni pubbliche. Il procedimento terminava con l’indispensabile filtraggio e la conservazione in brocche accuratamente sigillate.

Birra e religione

In una civiltà pervasa da una forte religiosità come quella egizia fu inevitabile che la birra, alla quale era demandata buona parte della sussistenza delle persone, acquisisse un forte valore simbolico. Sorprende quindi ben poco che fosse considerata, insieme all’arte dell’agricoltura, un dono del dio Osiride. Da questo punto di vista stupisce ancora meno che venisse utilizzata nei (frequenti) riti, per lavare i defunti (prima ancora che iniziasse il processo di mummificazione), e come parte del corredo funerario riposto nelle tombe, in quanto ritenuta indispensabile alla vita ultraterrena.

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La birra, il sangue e Sekhmet, la dea vendicatrice

Un mito estremamente affascinante la arricchisce di ulteriore fascino: da quanto riportato nel Libro della Vacca Celeste, il potente dio Ra, indignato dalla scoperta di un complotto ordito dagli uomini contro di lui, decide di punirli severamente ed affida il compito a sua figlia, la dea Hathor. Quest’ultima esegue la sua missione con fin troppa solerzia: smembrando le persone e bevendone il sangue finisce col trasformarsi nella selvaggia vendicatrice Sekhmet che, persa ogni forma di controllo, rischia seriamente di portare l’umanità intera all’estinzione. Ra, spaventato da questo eccesso, decide di bloccarla ma si rende ben presto conto che è irrefrenabile. Pensa quindi ad un astuto stratagemma: fa colorare di rosso una grande quantità di birra e la pone sul percorso di Sekhmet. La vendicatrice, pensando che sia sangue, la beve, si ubriaca ed infine si addormenta: grazie al sonno ristoratore, muta nuovamente nella benevola Hator, fermando la strage.

Scoprire leggende come quella appena citata ha l’innegabile effetto di arricchire di ulteriore sapore una specialità che, da millenni, disseta ed al contempo allieta la quotidianità delle persone. Informazioni e racconti di questo tipo, non solo fanno comprendere lo stretto legame tra cibo e cultura, ma riescono ad arricchire il gusto: a riprova di ciò, la prossima volta che berrete una birra, specialmente se rossa, provate a pensare alla feroce Sekhmet ed alla sua sete di sangue!

Antonio Maria Guerra di Antonio Maria Guerra   
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