Un vino speciale e un territorio molto "soul" che si muove a ritmo swing. Viaggio nel Cerasuolo di Vittoria

In Italia esistono distretti del vino di cui fatichi a capire l'identità. E realtà che invece spiccano per la loro vitalità, come accade in uno spicchio di Sicilia

Achille Alessi e Arianna Occhipinti, due delle 'stelle' del Cerasuolo di Vittoria
Achille Alessi e Arianna Occhipinti, due delle "stelle" del Cerasuolo di Vittoria

Ci sono distretti del vino privi di carattere e dall’identità evanescente - sì, anche in Italia - nonostante siano dotati di grande potenziale. Sono quei distretti che hanno magari i loro vitigni specifici ma che non riescono a distinguersi più di tanto per una serie di carenze: una viticoltura incerta, indirizzi enologici completamente contraddittori, scarsa omogeneità territoriale, modesto appeal del territorio, scollamento tra i produttori, pigrizia nella comunicazione, assenza di strategie. In questi casi, alla fine, resta la sensazione che il fantomatico terroir non venga fuori, che non emergano elementi sufficienti per ragionare di quel luogo e dei suoi vini in maniera organica e compiuta. Nonostante la forza dell’Italia vitivinicola esistono ancora diverse situazioni siffatte.

Qualcosa di unico in Sicilia

Viceversa, ci sono distretti che avrebbero una spiccata identità - soprattutto nella resa omogenea e caratteristica dei prodotti provenienti dai vitigni autoctoni - ma che faticano ancora a farsi notare per una serie di ritardi culturali che, se colmati, lancerebbero immediatamente quel territorio nell’olimpo enoico nazionale e, perché no?, internazionale. Appartiene a mio avviso a questo secondo gruppo il Cerasuolo di Vittoria, ovvero l’unica docg siciliana, circa 125 mila ettari siti nelle province di Ragusa, Catania e Caltanissetta, che prende il nome dalla città iblea fondata nel 1607 dalla contessa Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera.

La festa e le specialità di un territorio: le immagini

Un grande vino un po' di swing e molto "soul"

Proprio alla fine dell’anno scorso (precisamente il 16 dicembre 2021), il Consorzio di tutela del Cerasuolo di Vittoria ha organizzato un primo evento a Catania, nella splendida cornice del Teatro Sangiorgi e del Teatro Massimo Vincenzo Bellini, unendo il momento della degustazione ai banchi di assaggio delle numerose cantine presenti a un concerto di musica jazz. Merito del presidente del Consorzio Achille Alessi, l’iniziativa è riuscita finalmente ad attirare l’attenzione di appassionati, operatori e giornalisti su un territorio davvero originale. CeraSoul 2021 - questo il titolo della manifestazione - ha riunito ben 25 cantine all’insegna delle atmosfere swing degli anni 30-50 nelle esecuzioni della Hjo Orchestra. “Il mondo vitivinicolo ha risentito pesantemente dell’emergenza sanitaria che ci ha travolto e ci ha portato a modificare le nostre abitudini e la stessa visione del mondo. Ma la passione che accomuna tutti noi produttori è stata la molla che ci ha permesso di andare avanti e di ritrovarci tutti insieme in occasione di CeraSoul per lasciarci avvolgere dal connubio di musica e vino. Perché così come il vino va ascoltato anche la musica va degustata”. Così spiega l’iniziativa Achille Alessi, presidente del Consorzio oltre che produttore egli stesso con la cantina Terre di Giurfo.

Ma il titolo dell’iniziativa sollecita alcune domande: qual è il ‘soul’ del Cerasuolo di Vittoria? Ovvero, esiste un’anima profonda di questo areale, capace di distinguersi da altri territori siciliani e di costituire un unicum? Esistono dei Glenn Miller o dei Count Basie della viticoltura locale? E, al di là delle diversità degli interpreti, si riesce a suonare una musica - non unica ma - coerente con l’anima profonda della denominazione? Dopo alcuni anni di visite della zona e dopo questo evento, mi pare sia maturato il momento per dare delle risposte a queste domande.

Gentilezza e fierezza nel calice

In primo luogo, sì, il Cerasuolo di Vittoria ha un suo ‘soul’ originale. Un ‘soul’ ispirato dal Frappato, il vitigno che segna definitivamente questo territorio, sia quando viene vinificato in purezza, sia quando viene vinificato in blend con il Nero d’Avola. Il Frappato trasmette ai vini una gentilezza, una finezza, una versatilità negli abbinamenti e una piacevolezza di beva uniche. Da quest’uva possono derivare dei vini molto contemporanei. Non nel senso di modaioli e inautentici, bensì tutto il contrario: dei vini sinceri ma colti, immediati ma eleganti, comprensibili da tutti ma di valore eccelso. Certamente, la possibilità di miscelare le uve aiuta molto questo esito. Com’è noto, secondo il disciplinare, il Cerasuolo di Vittoria prevede l’uso di Nero d’Avola dal 50 al 70 per cento e di Frappato dal 30 al 50 per cento. Questo assortimento, da un lato, garantisce una certa agilità di manovra nel superamento delle criticità delle annate, e, dall’altro lato, autorizza interpretazioni diverse ma nella medesima scia di un ‘soul' proprio e inequivoco. Lo stesso Nero d’Avola - che resta il vitigno a bacca rossa più diffuso sull’isola - nei confini di questa denominazione acquista un potenziale di eleganza e dei connotati di finezza che non sempre si trovano in altri territori siciliani. Si potrebbe quasi dire, un po’ alla buona, che, allevato a stretto contatto con il Frappato, il Nero d’Avola da queste parti sembra un po’ ‘assomigliare’ al suo ‘partner’ di denominazione. Per dovere di cronaca, si trovano ancora alcune espressioni di Cerasuolo un filo rustiche che meriterebbero una maggiore capacità di governo delle vinificazioni. E tuttavia il tempo del vino ‘grezzo’ o ‘villano’ è ampiamente dietro le spalle a vantaggio di una cifra comune di eleganza.

Quanto "pesano" le note del mare africano

Ovviamente, anche i terreni e i climi hanno il loro peso. Per esempio, la vicinanza al mare ‘africano’ di alcuni vigneti o la loro posizione più continentale cambiano l’habitat della pianta e la sua resa. Lo stesso vale per la tradizione vitivinicola che, in alcuni casi, prevede vinificazioni distinte e, in altri casi, il trattamento misto del blend di uve fin dall’inizio della vinificazione. Variano anche i suoli: alcuni sabbiosi, altri sassosi, alcuni calcarei e secchi, altri argillosi e umidi. Ci sono poi - ed è giusto che sia così - le diverse interpretazioni degli ‘autori’, la gran parte dei quali ha sede nel ragusano.

I marchi che fanno un'identità

Ancora oggi restano al top della categoria le etichette di Cos, la cantina che prende il nome dalle iniziali dei suoi fondatori (Giambattista Cilia, Giusto Occhipinti e Cirino Strano) e che fin dal 1980 regala identità al territorio. Cos è stata pionieristica nella scelta della viticoltura biodinamica e nell’uso di contenitori speciali come il cemento vetrificato e le anfore di terracotta. Un progetto in controtendenza rispetto all’enologia convenzionale nel segno di uno stile produttivo immediatamente riconoscibile e ancora oggi all’avanguardia.

I vini di Valle dell’Acate hanno eleganza, varietà e fragranza che riflettono bene l’input di Gaetana Jacono, guida unica dell’azienda dal 2019 dopo sei generazioni di viticultori. Assai apprezzabile il progetto di identificazione di sette morfologie diverse di suoli - gialli argillosi, bianchi calcarei, ecc. - dove sono impiantati i vigneti con le diversità conseguenti: quasi un anticipo del lavoro di zonazione che la docg dovrebbe cominciare a fare. Di recente, poi, va segnalato il progetto Iri da Iri, un vino di grande struttura e complessità con ben 36 mesi di affinamento in tonneaux da 500 litri e 18 mesi in bottiglia: esempio di eleganza e longevità.

Formidabile la batteria dei vini di Poggio di Bortolone frutto della maestria e della dedizione di Pierluigi Cosenza, capace di fondere la fedeltà massima alla tradizione con la modernità dello stile. Un tocco di Francia nella denominazione, sia sul piano dell’impronta enologica che per l’uso di uve alloctone (Syrah, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot). Vini di carattere e di sostanza, tutti da uve a bacca rossa, a partire dal magnifico Cerasuolo “Para Para”.

La sua azienda non aderisce al consorzio, ma sarebbe impossibile parlare della denominazione senza citare il lavoro di Paolo Calì (supporto dall’enologo Emiliano Falsini), singolare figura di farmacista-vigneron. Personalità originale ed eclettica, Calì è stato il primo a collegare concettualmente i vitigni del territorio all’espressione musicale, fino alle etichette (Jazz, Blues, Mood, ecc.). Ma, soprattutto, i suoi sono vini delle sabbie, raffinati concentrati di soavità, eleganza e armonia, espressioni ben fatte e ammirevoli del terroir.

Resta un modello per qualità di vini e fusione con il territorio di Chiaramonte la cantina Gulfi, creatura del compianto Vito Catania. Oggi l’azienda - impegnata a valorizzare la coltivazione ad alberello e la viticoltura biologica organica - è affidata al figlio Raffaele, agronomo formatosi alla scuola di Simonit e Sirch, e alle sapienti mani di Salvo Foti, enologo celebre, profondamente radicato sull’Etna, ma esperto di tutta la viticoltura siciliana.

Sita a Licodia Eubea in provincia di Catania, in uno scenario suggestivo lungo la valle del Fiume Dirillo, Terre di Giurfo è una realtà che mostra plasticamente le potenzialità di diversificazione della docg. I vini di questa cantina sono profondamente diversi da quelli di altre contrade, più fruttati e pieni, ma sempre di ottima beva.

Davvero sorprendente, poi, il percorso compiuto in pochissimi anni dalla giovane Tenuta Valle delle Ferle. Claudia Sciacca e Andrea Annino hanno riavviato gli antichi vigneti nei pressi di Caltagirone nei quali le piante di Nero d’Avola e Frappato sono “mischiate”. Il loro ottimo Cerasuolo è un blend 50-50 con le uve lavorate insieme fin dalla fermentazione, cui segue l’affinamento in acciaio e bottiglia. Il loro fine Frappato ha doti da vino longevo.

Molto interessante il lavoro svolto in Contrada Bonincontro da Cantine Nicosia, solida azienda di origine etnea. Il Nero d’Avola Riserva Sosta Tre Santi Sicilia Doc è un cru di notevole fattura: la lenta macerazione e il lungo affinamento ne fanno un vino rosso corposo e strutturato, di grande ricchezza aromatica, profondo e lungo.

Meriterebbero un più vasto approfondimento altre cantine di valore che qui, per esigenze di spazio, possiamo solo citare: Gurrieri, Pianogrillo, Avide, Manenti, Tenute Senia, Tenuta Bastonaca, Horus, Judeka, Casa Grazia.

Un esempio di stile all'avanguardia

Concludiamo così questa rassegna del Cerasuolo con Arianna Occhipinti, vignaiola profondamente legata alla tradizione vitivinicola di famiglia (lo zio Giusto è uno dei fondatori di Cos), al territorio e a una concezione radicale di viticoltura. Fin dai primi anni di attività, a contrada Fossa di Lupo, Arianna sposa la causa dei vini naturali. Nel corso del tempo affina la sua mano, sempre nel rispetto della terra e della natura, ma senza eccessi ideologici. Il suo stile di avanguardia e la sua forte personalità ne hanno fatto, in certi momenti, una star del mondo del vino. Ma non si tratta di una fama infondata né effimera. Oggi Arianna ha tirato fuori dal suo cappello un’altra magia: il Frappato “di contrada”, declinato nelle tre versioni di Pettineo, Fossa di Lupo e Bombolieri, pensato come uno strumento a disposizione del terroir. O, se preferite, del ’soul’ della denominazione. Un progetto visionario e fecondo: tocca ora alle altre cantine raccogliere e sviluppare questa sfida.