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I vini che raccontano l'Etna e Milo: tre tappe di un viaggio fra i sapori e profumi attorno al vulcano

Andiamo a incontrare Iuppa, Sive e Lazzaro, tre protagonisti della storia enoica di questo territorio così particolare. E assaggiamo le produzioni

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

Sospeso fra il vulcano ed il mare, Milo è un borgo di poco meno di mille abitanti sul versante Est dell’Etna. Si trova a 750 metri sul livello del mare proprio sotto alla Valle del Bove, una vallata di circa 7 km in senso Est-Ovest che ripara il centro abitato dalle eruzioni dell’Etna. I terreni di Milo sono un misto di ceneri di origine vulcanica e materiale organico e la ridotta distanza dal mare, con i suoi continui venti salmastri, crea un microclima ideale per la coltivazione della vite. Gli sbalzi termici fra il giorno e la notte raggiungono livelli significativi, anche di 20 gradi.

Uve di grande carattere

La zona è, in assoluto, la più piovosa dell’Etna e, paradossalmente, il cielo spesso nuvoloso riduce l’impatto del caldissimo sole mediterraneo. Queste condizioni permettono di ottenere uve adatte a esprimere vini di grande carattere, segnati soprattutto dall’acidità e dalla sapidità, in un mix incredibile tra mare e montagna. Milo, peraltro, è l’unico comune sull’Etna il cui Bianco Doc può fregiarsi della denominazione “superiore”. Per conoscere meglio la zona, segnaliamo in questo caso tre giovani realtà che sono destinate a grandi risultati.

Parlano i protagonisti

Partiamo da Contrada Salice dove Angelo Iuppa e il figlio Marco sono i protagonisti di un grande progetto. Le vigne, acquistate nel 2002, sono organizzate in terrazze di tradizionali muretti a secco di pietra lavica tra i 530 e i 760 metri di altitudine. Al momento dell’acquisto il terreno era ricco di boschi e di rovi, ma sotto c’erano le viti. Con un grande sforzo edilizio, la famiglia sta ristrutturando un antico palmento dell’800 che diventerà la nuova cantina con sala degustazione e appartamenti per gli ospiti: da qui c’è una vista mozzafiato sul mare Ionio. Nove sono gli ettari in totale, di cui 6 vitati: la produzione attuale è di circa 35mila bottiglie che arriveranno nei prossimi anni a circa 50 mila con l’obiettivo finale di raggiungere le 100 mila bottiglie. Il 65% della produzione è dedicato ai bianchi. Negli anni recenti, l’azienda ha conosciuto una crescita esponenziale della qualità, anche grazie al contributo dell’enologo valdostano Federico Curtaz, per anni collaboratore di Angelo Gaja nelle Langhe, che ha trovato sull’Etna una seconda patria vitivinicola. Molto curioso e interessante il “Pinin”, omaggio a Pippo Iuppa, padre del fondatore, un vino prodotto con uve autoctone centenarie, a piede franco, da Nerello Mascalese e da varietà “reliquia” recuperate con impegno e passione da un antico vigneto ritrovato fra i rovi della proprietà. Lindo è l’Etna Bianco superiore che offre i profumi del mare e la sapidità tipica di questo territorio. La 2020 (90% Carricante, 10% Catarratto) sa di mela verde, ginestra e idrocarburo, con una densità che dona equilibrio. La 2019 (Carricante in purezza), sa di zagara e di note vegetali e presenta una spiccata acidità. Interessante che l’Etna Rosso Clò che sfoggia la classica nota di liquirizia, poi tanta materia e una freschezza di arancia rossa.

Se la natura è "sorella di Dio"

Ci spostiamo di pochissimi chilometri nell’azienda Sive Natura: il motto ripreso dal filosofo Baruch Spinoza significa “Dio ossia la natura” ed è stato adottato dal giovane enologo Giuseppe Paolì per rappresentare il legame inscindibile dei suoi vini con il territorio etneo, pura espressione del contesto vulcanico. Giuseppe è immerso nel mondo del vino fin da bambino, quando partecipava alle vendemmie nei piccoli palmenti della zona e riempiva di domande il cantiniere mentre era all’opera. Poi gli esperimenti nell’azienda agricola del padre, gli studi alla Cattolica di Piacenza, la collaborazione con la cantina Gulfi nel ragusano che continua ancora oggi e l’amicizia, professionale e umana, con Salvo Foti, l’enologo che ha contribuito a rilanciare i vini dell’Etna in tempi pionieristici. Proprio a Caselle, una contrada di Milo, i due sono ‘vicini di vigna’. E proprio da Caselle viene il Doc Etna Bianco Superiore Biancomilo: delicati profumi di ginestra e zagara, frutta a polpa bianca ed erbe aromatiche. Il sorso è fruttato e sapido, con una bella spalla acida, equilibrio e persistenza. Dal vigneto di San Giovanni che apparteneva al nonno della moglie arriva un altro Carricante molto espressivo che sa di salvia, cedro e anice stellato e che in bocca esprime nerbo e vitalità. Da segnalare senz’altro il Nerello dei Cento Cavalli, che prende il nome dal castagno omonimo, il più grande e antico d’Europa. Le vigne si trovano tra la zona di Sant’Alfio, paese che confina con il territorio di Milo ed è situato un po’ più a nord, e San Giovanni Montebello, frazione di Giarre. Il Nerello dei Cento Cavalli propone aromi di prugna disidratata e di glicine, mentre in bocca c’è una fitta trama tannica che esprime tutta la personalità del territorio etneo.

Piante quasi centenarie

Ultima tappa nella contrada Miscarello dove ha sede l’azienda di Giuseppe Lazzaro, giovane ma esperto vignaiolo cresciuto fin da piccolo nelle campagne tra Milo e Giarre. In collaborazione con i fratelli rilancia l’allevamento dell’ape nera sicula e la conseguente produzione di miele. Dal 2001 fino al 2020 lavora con Frank Cornelissen, il vigneron belga che, insieme ai colleghi Andrea Franchetti e Marc De Grazia, ha contribuito a riaccendere i riflettori sull’Etna. Poi decide di mettersi in proprio mettendo a frutto i vigneti che si trovano sul versante est del vulcano, in località Miscarello a Giarre e in contrada Praino a Milo, e sul versante nord, nelle contrade Crasà a Solicchiata e Pirao a Randazzo. Ciò significa una varietà di altitudini, dai 400 ai mille metri, con piante di età diverse, dai 60 ai 90 anni.

Un recupero e una sperimentazione

Protagonista di un grande lavoro di recupero di viti abbandonate e di ristrutturazione dei muretti di pietra lavica, Peppe Lazzaro ha scelto la new wave agro-enologica che unisce lavorazioni essenziali in vigna e interventi non invasivi in cantina. Rifiuta però le facili scorciatoie di chi pensa che per fare il vino basti pigiare l’uva: il vino, anche quello cosiddetto ‘naturale’, non è frutto del caso. I vini di Peppe sono ancora in una fase di sperimentazione ma esprimono una personalità molto definita. Una produzione originale anche perché alcune sue vigne sono fuori dalla denominazione: pure quella in gestione Biancavilla, nel versante sud-ovest, dove coltiva antiche viti di Grenache. Attualmente Giuseppe produce quattro vini. Zoè è un metodo ancestrale da Nerello Mascalese caratterizzato da una immediata piacevolezza, profuma di ribes, fragola e melagrana. Il sorso è fragrante e rinfrescante. Spariggiu, un rosato sempre da Nerello Mascalese (tre vinificazioni diverse da tre contrade diverse), sa di ciliegia e di pesca imbevuta nel vino con un retrogusto di mango ed è il suo vino più tecnico. Russucori (sempre da Nerello), fruttato e speziato, sorso gustoso e masticabile, con tannini ruvidi. Infine il Vigna 1981, realizzato in anfora: il colore è più scuro, il vino è profondo, intenso e materico, balsamico e mentolato. Strutturato, ha una acidità spiccata che invita a ripetere il sorso.

In conclusione, pochi chilometri di distanza sullo stesso versante dell’Etna bastano per dimostrare tre diverse originali soggettività: questo territorio vitivinicolo diversificato offre sempre qualche magnifica sorpresa.

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

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