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I vini della Torino esoterica e magica: viaggio tra i riti e i sapori della "Grande Madre"

Dalla Villa Scott resa immortale da "Profondo Rosso" alle dimore delle antiche famiglie attorno a cui si snodano terre e vigne. Viaggio sulla collina

Tiziano Gaiadi Tiziano Gaia   
Quando il vino è un rito (foto dal sito Fresadichieri.com)
Quando il vino è un rito (foto dal sito Fresadichieri.com)

La collina di Torino custodisce tesori inaspettati. Superga, con la sua basilica in posizione dominante sulla città, è legata tanto alla storia dei Savoia quanto alla leggenda del Grande Torino. Il faro della Maddalena, ubicato all’estremità opposta della grande lingua collinare, nel punto più elevato (715 metri sul livello del mare), dal 1928 è un riferimento notturno per la città e non solo, se è vero che la sua luce arriva sino alle colline langarole di Cesare Pavese, come afferma il protagonista della poesia I mari del Sud. Un po’ più a bassa quota, il Monte dei Cappuccini è il più romantico balcone cittadino, e allungando un braccio sembra di poter toccare l’acqua del Po, che scorre placido ai suoi piedi. La Gran Madre, appena al di là del ponte di Piazza Vittorio, è il simbolo della Torino magica, accreditata come uno dei possibili siti in cui si custodirebbe il Sacro Graal, niente meno. In tema di brividi esoterici, a breve distanza si trova Villa Scott, nei cui ambienti liberty Dario Argento girò alcune delle scene cult del suo capolavoro, Profondo Rosso.

Cosa c'è dentro la memoria della collina

Questo polmone verde, dilagante verso le prime alture del Monferrato, tanto snob quanto selvaggio (è il buen retiro della “Torino bene”, ma anche zona di cascine e borghi ancora intatti), accende ricordi e suggestioni. Mai lo si assocerebbe al vino! Ed è un peccato, oltre che un errore, perché l’antica vocazione rurale della collina ci ha lasciato in dote una tradizione vitivinicola che, pur non potendo competere per numeri e blasone con altri celebrati comprensori produttivi piemontesi, riesce a sorprendere l’appassionato più esigente. Questo è il regno della Freisa, vino rosso ottenuto dall’omonimo vitigno, attestato nella zona della “montagna torinese” (come si usava dire in passato) fin dal Cinquecento. Vitigno particolare, il freisa. La sua propensione a donare vini profumati e asciutti, definiti dalla componente acida e tannica, lo rende idoneo per interpretazioni in chiave frizzante o abboccata, innescando il classico dilemma identitario: qual è la “vera” Freisa?

La parola a chi rende vivo il territorio

Un problema che si sono posti i viticoltori del territorio di Chieri, sul versante del mammellone verde opposto a Torino. “La duttilità di un vitigno è sempre croce e delizia per i produttori. Noi stiamo cercando di abbandonare la croce e tenerci stretti i vantaggi che offre quest’uva resistente, generosa, profondamente legata al terroir della collina”. Parla così Luca Balbiano, giovane e carismatico frontman della banda del freisa. La sua è una delle aziende storiche del territorio, essendo stata fondata nel 1941, ad Andezeno, dal nonno Melchiorre. Il nome di Balbiano è stato “benedetto” anche da Veronelli e ha dato un indubbio contributo alla riscoperta della Freisa di Chieri.

Il vino ha ottenuto la Doc nel lontano 1973, a testimonianza del radicamento della viticoltura in zona. Nel 2002 è nato anche il consorzio di tutela (Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinese), oggi presieduto da Marina Zopegni, che raggruppa una decina di aziende, assai determinate nel diffondere la conoscenza di questa perla rara dell’enologia piemontese, anche attraverso partecipate manifestazioni, come l’annuale Di Freisa in Freisa, organizzata proprio a Chieri, in sinergia col Comune.

Un territorio ammantato di molte magie

La tradizione che si trasforma

Pare di capire, parlando con la nuova generazione di vignaioli, che il vino debba essere lasciato libero di assecondare i tempi. Che non significa, necessariamente o soltanto, assecondare il mercato, ma essere meno legati a certi stereotipi o modelli che, per un lungo periodo, hanno imbrigliato i vini della collina torinese, travisandone l’anima. È vero che i terreni argillosi della zona e la carica tannica del vitigno, con la naturale predisposizione all’invecchiamento del vino, possono far pensare a certi rossi strutturati del Piemonte meridionale (si legga: Langhe), ed è indubbio che, nelle sue migliori e affinate interpretazioni, la Freisa di Chieri sviluppi profumi speziati e terrosi, seguiti da un corpo importante, caldo e persistente. Ma forse la vera vocazione del vino è di essere fresco, godibile e versatile a tavola. E la stessa versione frizzante non va giudicata con il sarcasmo degli intellettuali del calice, ma con la benevolenza del benamato disimpegno e della bevuta in compagnia, non appena questa sarà di nuovo possibile.

Le doti afrodisiache del "Pelaverga"

La collina riserva altre sorprese. Qui si coltiva anche il cari, antico vitigno torinese, a lungo associato alla grande stirpe delle malvasie, benché sia più simile a un altro vitigno piemontese, il pelaverga. Quest’ultimo dona un vino dalle presunte doti afrodisiache (nomen omen…), infatti in passato veniva donato alle coppie di sposi perché vi brindassero la prima notte di nozze. E così si faceva con il Cari! “Per noi produttori, è l’orso panda dei vitigni autoctoni piemontesi”, afferma Balbiano, che ne produce circa 2.000 bottiglie, “circa la metà della produzione totale!”, ci scherza su. Più che la rarità del panda, il Cari ricorda l’ambiguità dell’ornitorinco: è un vino dolce, ma non aromatico, con un grado zuccherino piuttosto basso, inferiore a quello del Moscato, leggiadro e con una punta di acidità. Un vero rompicapo enologico!

Le ville delle antiche famiglie aristocratiche

Tornando alla Freisa, la città di Torino ha la sua vigna proprio in collina, dove, tra il Seicento e il Settecento, le grandi famiglie aristocratiche facevano costruire le loro lussuose dimore. Si trattava di proprietà con annessi vigneti e cantine di vinificazione, per il fabbisogno delle illustri casate. Questi vigneti, già all’epoca condotti molto probabilmente a freisa, sono detti, negli atti pubblici del periodo, vinee ultra padum, “vigne oltre il Po”. E vigne diventa sinonimo delle tenute, col tempo denominate “ville”. La più celebre è, senza dubbio, la Vigna della Regina, annessa alla scenografica “casa estiva” appartenuta a Madama Reale Cristina di Francia, appena alle spalle della Gran Madre. Il vigneto è stato oggetto di un delicato intervento di reimpianto e ripristino alla produzione, sotto le cure agronomiche della famiglia Balbiano e la consulenza scientifica del prof. Gerbi e della dott.ssa Anna Schneider. Vigna della Regina fa anche parte del network Urban Vineyards Association, ente che raggruppa i vigneti urbani in Italia e in Europa, e che sta incontrando sempre maggiori attenzioni, per via del fenomeno “green” e “rural” che sta invadendo le grandi città.

La terra che avvolge le case "patrizie" del Seicento e le loro storie

Lo sguardo di Umberto Eco

Fanno capo all’associazione, tra le altre, la Vigna di Leonardo, a Milano, le vigne della laguna di Venezia e la Vigna del Gallo, a Palermo. In Francia, il Clos Montmartre, a Parigi, il Clos del Palazzo dei Papi di Avignone e il Clos de Canuts, a Lione. Tracce di una viticoltura antica, sopravvissuta agli stravolgimenti urbani e demografici, a volte commoventi da ritrovare tra i palazzi e le case di una città. Alcune viti sono seminascoste tra i muri e le strade, altre riescono a ergersi al di sopra dei tetti, sfruttando una gobba di terra, un’altura o una collina. Come a Torino, dove Vigna della Regina svetta dall’alto, con quella fierezza tipica sabauda, e ci porta ad alzare gli occhi per cercarla e scorgerla. “E allora tanto vale star qui, attendere, e guardare la collina. È così bella”, per dirla con Umberto Eco.

Tiziano Gaiadi Tiziano Gaia   
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