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La straordinaria scoperta del vino "Perpetuum". E l'inizio dell'avventura del Marsala

La prima scoperta di questo prodotto d'eccellenza enoica italiana è degli inglesi. Poi il ruolo fondamentale della famiglia Florio. Ritratto di una "star"

Antonio Maria Guerra di Antonio Maria Guerra   
L'ammiraglio Nelson (Creative Commons), il Marsala (Shutterstock) e Ignazio Florio con la famiglia (Shutterstock)
L'ammiraglio Nelson (Creative Commons), il Marsala (Shutterstock) e Ignazio Florio con la famiglia (Shutterstock)

La storia del Marsala, uno dei vini italiani più conosciuti al mondo, è strettamente intrecciata a quella dei Florio, una delle più importanti famiglie imprenditoriali della penisola, che per lungo tempo furono tra i suoi maggiori e più apprezzati produttori.

Gli inglesi scoprono il Marsala

A onor del vero, i primi a scoprirne le qualità furono gli inglesi: nel 1773 un uomo d’affari di Liverpool, John Woodhouse, fu costretto ad attraccare nel porto di Marsala per sfuggire ad una tempesta. Evento casuale quanto fortunato perchè gli diede modo di assaggiare il ‘Perpetuum’, un vino locale particolarmente pregiato, generalmente utilizzato per festeggiare le grandi occasioni. Woodhouse, convinto che il ‘Perpetuum’ sarebbe piaciuto anche ai suoi concittadini, decise di spedirlo in madrepatria. Per salvaguardarlo da possibili alterazioni dovute al lungo viaggio, lo mescolò ad alcol, provvedendo in questo modo a ‘fortificarlo’ (da cui il termine ‘vino fortificato’). Il successo del ‘Marsala wine’ fu molto rapido.

Napoleone, Nelson e il Marsala

Forse non tutti sanno che, seppur indirettamente, questo successo venne ulteriormente agevolato dalle campagne militari di Napoleone Bonaparte. Il motivo è semplice: l’occupazione della Spagna e del Portogallo da parte delle armate dell’imperatore francese aveva bloccato (tra l’altro) il commercio dello Sherry, del Porto e del Madeira: vini liquorosi che il popolo d’oltre Manica amava e dei quali difficilmente poteva fare a meno. Ben presto si comprese che il Marsala proveniente dalla Sicilia, isola con la quale l’impero britannico già da molti anni intratteneva proficui rapporti commerciali, poteva rappresentare un degno sostituto. Tra i più appassionati estimatori, l’ammiraglio Horatio Nelson, primo Duca di Bronte: vale la pena ricordare che è giunto fino a noi un contratto con cui si impegnava ad acquistarne da Woodhouse ben 500 barili per la sua flotta da guerra stazionata a Malta.

Ignazio Florio Senior (Foto su licenza Creative Commons)

I grandi produttori inglesi

Alla luce di quanto appena spiegato, non deve stupire che i primi produttori del Marsala furono sudditi di Sua Maestà Britannica: tre essi, oltre i Woodhouse, gli Ingham-Whitaker e gli Hopps. Del resto in Inghilterra, anche grazie all’apprezzamento dei reali, che ne conservavano parecchie bottiglie nelle loro cantine, il Marsala iniziò ad essere considerato ‘degno della tavola di qualsiasi gentiluomo’ (‘worthy of any gentleman’s table’).

Il Marsala dei Florio

Nel 1833, la costruzione di uno stabilimento per la produzione del vino, commissionata da Vincenzo Florio, rappresentò uno scossone per i delicati equilibri che si erano instaurati. Sebbene fosse ‘l’ultimo arrivato’ e la concorrenza si dimostrasse particolarmente accanita, in breve tempo il Marsala Florio divenne il più celebre e commercializzato al mondo: un risultato dovuto alla modernità degli impianti, ad una distribuzione capillare (affidata ai vascelli di famiglia) ed alla grande qualità del vino, in grado di soddisfare gli intenditori più esigenti. Occorre evidenzare che, nonostante i Florio si fossero arricchiti grazie a molteplici attività (dal tonno allo zolfo), il Marsala occupò sempre un posto di riguardo nel loro cuore: non a caso, chiamarono la selezione più pregiata ‘Aegusa’, antico nome dell’ amatissima isola di Favignana. Si dice che il ricco e potente Ignazio Jr., abituato a frequentare personalità come lo Zar di Russia Nicola I, fosse solito immergere i suoi figli appena nati proprio nell’Aegusa, celebrando una sorta di rito propiziatorio.

La produzione del Marsala

A questo punto occorre spiegare cosa abbia reso il Marsala tanto speciale. Per comprendere appieno i motivi del suo incredibile gradimento, in primis va presa in considerazione la qualità delle sue uve, baciate dal sole di Sicilia, frutto di alcuni tra i più famosi vitigni isolani, vale a dire il Grillo, il Catarratto, l’Inzolia e il Damaschino (a bacca bianca), il Nero d’Avola, il Perricone ed il Nerello mascalese (a bacca nera). Altrettanto importante, il metodo di invecchiamento originariamente utilizzato: il cosiddetto ‘in perpetuum’ (da cui l’antico nome del vino ‘Perpetuum’), molto simile al ‘soleras’, secondo cui, anno dopo anno, si procede ad un parziale svuotamento delle botti in modo tale da mescolare il vino giovane a una parte di quello già invecchiato, così da non lasciarle mai del tutto vuote (in perpetuo, appunto).

Luce rosso ambrata nel bicchiere: è il Marsala (Foto A.M.G.)

Il Marsala, oggi

Sebbene a causa di investimenti poco oculati e ad una sorte decisamente avversa i Florio persero progressivamente tutti i loro beni ed attività, inclusa l’azienda di produzione del vino, il ‘brand’ Marsala Florio godeva di una tale fama da riuscire a sopravvivere al dissesto. Anora oggi i nuovi proprietari si impegnano a rinnovare i fasti di una tradizione che può contare su quasi due secoli di storia. Una storia fatta non solo d’affari, ma anche e soprattutto d’amore per il prodotto

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