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Storia di Francesca e dell'Arvesiniadu, una rarità unica al mondo che è riuscita a recuperare

Era a un passo dalla laurea in Ingegneria ma ha preferito la terra, le radici, la vigna e l'impresa del vino. Così è nata l'azienda Mulas

Manuela Vaccadi Manuela Vacca   

Questo vitigno è un unicum, oltre che un autoctono, perché non ne esiste un altro con gli stessi geni”. A parlare è Francesca Cabras, vignaiola di Bono, un paese di 3.500 abitanti in provincia di Sassari. Alla laurea in ingegneria quasi raggiunta, ha preferito la terra per dedicarsi alla valorizzazione dell’Arvesiniadu, rarissimo vitigno a bacca bianca della Sardegna.

Conosciuto con questo e con diversi altri nomi, è presente da millenni nel centro dell’isola, specificatamente nel Goceano. Oggi i produttori dei comuni di Benetutti e Bono, l’areale dove il ceppo è maggiormente diffuso, si contano sulle dita di una mano. Tra loro c’è l’azienda Mulas di Francesca Cabras, che opera in una vallata non lontana dal centro abitato con una fattoria didattica circondata da alberi di ulivo e dal vigneto coltivato rigorosamente in biologico.

Ha scelto di impegnarsi a salvare una perla enologica che rischiava di scomparire. Com’è iniziato tutto?
“Mio padre, geometra appassionato di vino, voleva riprendere la coltivazione del vitigno con l’idea di vinificarlo in purezza. Aveva una denominazione Igt dal 1970 ma nessuno lo produceva più e stava scomparendo. Così, a meta degli anni ‘90, ha portato avanti uno studio con L’Università di Sassari e l’agenzia regionale Agris e ha impiantato due ettari insieme ai tecnici, con le marze date da altri compaesani. In seguito sono state fatte anche le analisi genetiche che hanno determinato l’unicità del vitigno”.

Che vino regala questo vitigno antichissimo?
“L’uva ha una buccia sottile, serve una pressa soffice per non sgretolarla e regala un vino che nasce dorato. Ha la sua personalità: non sì può paragonare a nessuno. Non è piacione, ha tanti sentori di frutta a polpa gialla e di ginestra ma non trovi la rosa di molti vermentini”.

Perché ha deciso di continuare il lavoro iniziato da suo padre?
“Ho lasciato gli studi prima della tesi. Mi sono chiesta che prospettive avrei avuto in paese come ingegnere edile. Fare l’insegnante? Avevo iniziato un corso per la fattoria didattica e mi sono dedicata alla campagna. Mio padre ci ha creduto e ci ha investito tanti soldi frutto del suo lavoro. Da quindici anni sono io a seguire da sola i due ettari di vigneto. Se è vero che la prima generazione investe, la seconda fa e la terza ci guadagna, i miei figli avranno qualche rientro, se proseguiranno”.

Intanto produce due etichette, quali?
“Dalla prima sperimentazione era nato un bianco amabile, come il vino da cerimonia fatto a Bono per essere consumato alle feste. Lo abbiamo chiamato “Avrè”, come l’inizio di “Avresiniadu”, parola con cui indichiamo il vitigno in paese. Il secco è venuto dopo e si chiama “Niadu”, cioè con le ultime lettere del nome locale del vitigno ma significa anche innevato. Ed è secco, come secco è il tempo quando nevica”.

Quali sono gli abbinamenti migliori?
“L’amabile lo abbino secondo l’usanza del paese: per gli aperitivi delle feste insieme ai dolci di mandorle quali “tilicas”, fatte con mandorle, arance, miele e saba, cioè mosto cotto. Oppure con formaggi stagionati e soprattutto con gli erborinati. Il secco va con tutti i piatti di pesce, le carni bianche e i formaggi freschi o semistagionati”.

Che soddisfazioni dà coltivare questo vitigno?
“Faccio una media di 7mila bottiglie - 5mila di Niadu e 2mila di Avrè - coltivando qualcosa che esprime questo territorio e che solo poche altre cantine producono in piccole quantità”.

Un impegno di salvaguardia non da poco, con giornate intense che iniziano alle 5,30 e si concludono ben oltre la mezzanotte. I suoi compaesani cosa ne pensano?
“Apprezzano il fatto che valorizzo qualcosa di locale e ormai mi chiedono le previsioni di malattie in vigna prima di decidere di trattare o meno le loro. Certo, mi domando spesso come faccio ma è una vera passione: conosco quasi una a una le mie 7mila piante perché ci sto dietro ogni giorno”.

Come si descriverebbe allo specchio in tre aggettivi?
“Sono risoluta: se mi metto un obiettivo devo raggiungerlo. Poi appassionata, nel senso che sono attaccata al mio territorio, tanto da far parte della rete enoturistica regionale e dell’associazione delle Donne del vino esclusivamente per far emergere questo territorio. Infine sono coraggiosa e nei momenti di sconforto ringrazio Dio per gli studi fatti che mi aiutano nella pratica”.

Non smette mai di lavorare, anche ora si racconta senza lasciare il lavoro. Dobbiamo aspettarci nuovi progetti in realizzazione nel prossimo futuro?
“Ho tantissime idea in testa ma bisogna fare piano. In pandemia ho organizzato in fattoria un centro estivo con 200 bambini di Bono e 15 educatrici. Un anno ho accolto anche i bimbi del vicino paese di Bottida. Una bellissima attività, anche se stancante. Il prossimo passo è l’allestimento di tre grandi botti con letto e bagno per creare l’esperienza di dormire qui, in questo territorio, a stretto contatto con la natura”.

A proposito di territorio, dallo scorso anno Bono fa parte dell’Associazione Città del vino. Che conseguenze avrà per il paese?
“È un’occasione di visibilità ma occorre lavorare tanto per avere ritorni”.

Tra le novità potrebbe esserci una terza bottiglia in arrivo?
“Mio padre sperava di fare anche bollicine. Ma non è andata bene sinora. Se ci riuscirò si chiamerà “Si”, la parte mancante del nome del vitigno tra Avrè e Niadu. E vorrà anche dire che sì, ce l’abbiamo fatta”.

Le premesse per una terza bottiglia ci sono tutte secondo gli esperti locali e nazionali. Ne è convinto anche il ricercatore sardo di Agris Gianni Lovicu, che afferma: “l’Arvesiniadu è un vitigno che ben si presta a un vino fine e interessante, adattissimo per gli spumanti”. E per dire sì a un nuovo brindisi.

Manuela Vaccadi Manuela Vacca   
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