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Vinitaly 2024 report: tappi a vite al posto del sughero, vini dealcolati che impazzano fra i giovani. E il "no" dell'Italia

Quasi 100mila presenze per una riuscitissima edizione della fiera del vino con operatori da 140 Paesi. Cosa berremo, cosa cambia, polemiche comprese

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   
Vinitaly 2024, un'ottima annata (Foto V.F.)
Vinitaly 2024, un'ottima annata (Foto V.F.)

Chi pensava che il tempo delle fiere del vino fosse finito dovrà ricredersi. A dispetto della crisi di altri eventi - come il Prowein di Dusseldorf - Vinitaly chiude la 56^ edizione con 97mila presenze e si conferma come lo strumento più solido per la promozione del vino italiano (la 57^ edizione si terrà dal 6 al 9 aprile 2025). Più di 30mila gli operatori esteri da 140 Paesi (31% sul totale). Tra questi 1200 top buyer (+20% sul 2023) da 65 nazioni selezionati, invitati e ospitati da Veronafiere in collaborazione con Ice Agenzia. Bilancio positivo anche per Vinitaly Plus, la piattaforma di matching tra domanda e offerta con 20mila appuntamenti business, raddoppiati in questa edizione, e per il fuori salone Vinitaly and the city, che ha superato le 50mila degustazioni. Sul fronte delle presenze estere a Vinitaly 2024, gli Stati Uniti si confermano in pole position con un contingente di 3700 operatori presenti in fiera (+8% sul 2023). Seguono Germania, Uk, Cina e Canada (+6%). In aumento anche i buyer giapponesi (+15%). Non solo affari, però. Vinitaly 2024 è stato anche il palcoscenico dei nuovi modelli di consumo del vino italiano: il rapporto con i giovani, l’emersione di nuovi prodotti (dai vini più freschi, ai low alcol, ai dealcolati), l’affermazione di chiusure innovative come il tappo a vite.

Giulia Benazzoli (foto V. F.)

Come si orientano i giovani

“I giovani prediligono i bianchi, gli adulti e gli anziani i rossi”, spiega Sara Lena ricercatrice del Censis. Come si legge nel rapporto di Enpaia-Censis, l’84,4% dei giovani sceglie i bianchi (76,5%), mentre per gli adulti i dati sono capovolti: 84,4% per i rossi, 74,7% per i rossi. Un’altra differenza riguarda la dimensione relazionale, decisiva nelle scelte di consumo dei più giovani: il 67,7% ama consumarlo in compagnia di altre persone, il 45,3% nei bar e nei ristoranti e il 34,4% durante i pasti. Inoltre, i giovani mostrano un certo timore reverenziale verso gli eccessi di intellettualizzazione e richiedono un approccio più easy: ok la competenza, la storia e la cultura che ruotano intorno al calice, purché il consumo non diventi un’esperienza pesante e impegnativa. La parola d’ordine potrebbe essere: sdrammatizzare. Un dato interessante per chi si occupa di comunicazione. Ancora una volta sono i giovani a definire il trend del momento sul lato dei consumi sostenibili: il 73% dei giovani sceglie di bere vino biologico con dieci o venti punti di distacco rispetto agli adulti e agli over 65.

Proprio in questo comparto si può collocare il successo dei vini naturali. Allo stesso modo, i giovani stanno progressivamente modificando i modelli di consumo collegati alle stagioni: bianchi d’estate e rossi d’inverno. E proprio il Vinitaly registra la nascita di Generation Next, il gruppo di giovanissimi produttori di Assovini Sicilia pronti a rivitalizzare il mondo del vino con idee e progetti rivolti ai loro coetanei. “I giovani sono impauriti dal mondo del vino e spesso non sanno cosa scegliere: serve semplificare la comunicazione, consapevoli che il vino fa parte della nostra vita e della nostra cultura”, assicura Enrica Spadafora, 28 anni, laureata in economia e nuova leva dell’azienda Principi di Spadafora. Secondo Gabriella Favara, 27 anni, anche lei laureata in economia, ultima generazione di Donnafugata, per avvicinare i giovani serve concepire “uno stile di vini più semplici, innovativi e contemporanei, freschi e versatili negli abbinamenti”.

Martin Foradori Hofstatter (foto V. F.)

Come spiega Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia, Generazione Next simbolizza non solo il futuro dell'associazione ma anche l'adattamento ai cambiamenti del mercato, con un occhio attento ai consumi delle nuove generazioni: un contributo essenziale per delineare strategie di comunicazione innovative, orientate anche al consumo responsabile del vino”. Spostandoci in Veneto, raccogliamo il punto di vista di Giulia Benazzoli, produttrice nelle zone di Bardolino e della Valpolicella e consigliere di Agivi, l’associazione dei giovani viticoltori dell’Uiv: “la nuova generazione è veloce, il vino è lento per natura. Dobbiamo essere bravi a mediare. A mio avviso, piuttosto che investire sulla fascia dei giovani tra i 18 e i 25 anni, serve puntare sulla fascia dei 30 in su: un target che ha possibilità di spendere, voglia di girare e desiderio di apprendere”. Infine, una interessante proposta di metodo viene da Felix Jermann, figlio del produttore Silvio Jermann e imprenditore della comunicazione: “E' fondamentale che i più giovani spieghino il vino ai loro coetanei”.

La nuova onda dei dealcolati

Da registrare l’impatto delle nuove tendenze salutiste. Secondo il focus dell’Osservatorio Uiv, il calo dei consumi di vino tricolore negli Usa (-13% le importazioni a volume nel 2023) è dettato in primis dall’indirizzo salutista delle giovani generazioni, oltre che dalla forte competizione di nuove bevande low alcohol e da una questione demografica che vede la popolazione di bianchi diminuire in favore di altre etnie, a partire dagli ispanici, culturalmente meno orientati ai consumi tradizionali di vino. “I vini low alcohol – ha detto il responsabile dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, Carlo Flamini – negli ultimi anni sono stati protagonisti di una cavalcata che li ha portati a essere una scelta non più secondaria nell’evoluzione del gusto degli americani, e oggi valgono circa un miliardo di dollari. A ciò si aggiungeranno sempre più altre tipologie attente alla propria dieta per un target prevalentemente giovane: i vini low sugar, per esempio, hanno registrato crescite astronomiche nel giro di un quinquennio: da 10 milioni di dollari del 2019 ai 270 dell’anno appena chiuso”. I no alcohol sono ancora una nicchia (62 milioni di dollari val valore cresciuto di sette volte negli ultimi quattro anni), ma le vendite di vini senz’alcol provenienti dall’Italia hanno sovraperformato il mercato nel 2023, sia a volume (+33% contro +8%), sia a valore (+39% contro +24%). Il prezzo medio di un alcohol-free wine è leggermente superiore a quello di un vino tradizionale: 12.46 dollari al litro contro 11.96 nel 2023.ù

Enrica Spadafora (foto V. F.)

Ma l’Italia resta indietro

In Italia il 36% dei consumatori è interessato a consumare bevande dealcolate; negli Stati Uniti, incubatore di tendenze specie tra i giovani, il mercato NoLo (no e low alcohol) vale già un miliardo di dollari. Ma l’Italia in questo caso gioca un ruolo residuale, perché – contrariamente a quanto già succede da due anni tra i colleghi nell’Ue – non è ancora possibile per le imprese elaborare il prodotto negli stabilimenti vitivinicoli e non sono state fornite indicazioni agli operatori sul regime fiscale. In estrema sintesi, il prodotto può circolare anche in Italia (come in tutta l’UE), ma i produttori italiani non possono produrlo”. A parlare è Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini (Uiv) che spiega il paradosso italiano: i produttori fiutano il nuovo business, ma il ministero si oppone e ritarda la formulazione della disciplina necessaria per regolare il settore. Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, fa muro: “Qualcuno sostiene che il dealcolato ci permetterà di aprire ad una nuova fetta di mercato: io guardo a questa affermazione con un certo sospetto. Da parte mia non ci sarà nessuna incentivazione alla promozione del dealcolato”, dice prima in un’intervista al Gambero Rosso e poi conferma nel corso degli eventi del Vinitaly. Accade così che alcune imprese pionieristiche come, per esempio, Argea, Doppio Passo, Hofstatter, Mionetto, Schenk, Varvaglione, Zonin, sono costrette a dealcolare all’estero.

“Non possiamo ignorare questi segnali che giungono dal mercato. Con l’impasse normativa l’Italia viene svantaggiata: è importante mettere le aziende nelle condizioni di intercettare e soddisfare le scelte dei consumatori producendo in Italia questi nuovi prodotti così da mantenere nel nostro Paese tutto il valore aggiunto creato. Francia e Spagna, ma anche Germania e Austria già stanno avanti”, accusa Micaela Pallini, presidente di Federvini. Come riporta l’Osservatorio Federvini, curato da Nomisma e TradeLab, i volumi di vino dealcolato continuano a crescere in Usa (+16%) e in Germania (+6%). E le aziende locali pertanto hanno cominciato a cavalcare l’onda. E in Italia? “Se non puoi fare il prodotto non ti puoi nemmeno sedere al tavolo di chi fa le regole. Inoltre, non possiamo apportare al prodotto i miglioramenti che verrebbero dalla ricerca”, spiega Micaela Pallini.

No alcol, una grande opportunità per le imprese

Del resto, il fenomeno è destinato a estendersi anche in Italia. “Per rendersi conto che questo non è un settore passeggero, ma è un trend destinato a restare e consolidarsi, basta aprire un qualsiasi motore di ricerca: non è moda. Sono stati i più giovani a far esplodere il trend”, assicura Martin Foradori Hofstätter, produttore di vino altoatesino e proprietario dell’omonima cantina. Tra le sue referenze, nell’ambito della linea Steinbock, ci sono due versioni dealcolate a base di Riesling: la bollicina Steinbock Zero Sparkling e il fermo Steinbock Zero. Come spiega Riccardo Grassi, analista, riportando l’indagine realizzata da Swg su un campione rappresentativo di italiani, “questi prodotti interessano prima di tutto un potenziale di un milione di non bevitori di alcolici, oltre a una platea di consumatori di vino o altre bevande (14 milioni) che li ritiene una alternativa di consumo in situazioni specifiche, come mettersi alla guida”.

Una tipologia che potrebbe essere un nuovo alleato anche per il vigneto Italia: “Sentiamo sempre più spesso parlare di espianti finanziati – aggiunge Castelletti di Uiv – ma le imprese, che negli ultimi anni hanno ristrutturato metà del proprio vigneto (310 mila ettari) con erogazioni pubbliche pari a 2,6 miliardi di euro, vogliono continuare a svolgere il proprio lavoro, magari riducendo le rese, puntando ancora di più sulla qualità e – perché no – potendo contare su un nuovo asset di mercato come quello dei Nolo che interesserebbe aree produttive più in difficoltà”. Ancora una volta, la variabile ‘giovani’ risulta determinante. Secondo Swg, la quota di attenzione verso i vini dealcolati (21%) è più alta nella fascia dai 18 ai 34 anni (28%), il target a maggior contrazione dei consumi di vino che nel 79% dei casi dichiara “importante” se non “molto importante” o “fondamentale” poter ridurre i problemi legati all'abuso di alcol mettendo a disposizione dei consumatori prodotti a zero o bassa gradazione. “La generazione Z sta dimostrando grande attenzione verso una tipologia in grado di rispondere a un pubblico sober curious sempre più numeroso, negli Stati Uniti e nel mondo. L’Italia deve essere in grado di capire prima di tutto sul piano culturale che un prodotto non sostituisce l’altro e insistere su una sperimentazione che può riservare risultati molto interessanti”, assicura Marzia Varvaglione, la presidente di Agivi, l’associazione dei giovani viticoltori italiani dell’Uiv.

Chiusure: i tappi a vite sfidano il sughero

Secondo un’indagine di Wine Monitor di Nomisma, il 55% dei consumatori considera l’alluminio più sostenibile del sughero e il 70% apprezza i tappi a vite perché più facili da aprire e richiudere.

Convinti dai pregi di questa chiusura, dal 2021 i produttori Silvio Jermann, Graziano Prà, Walter Massa, Franz Haas Jr e Mario Pojer, riuniti nel gruppo degli Svitati, promuovono il passaggio allo Stelvin con l’obiettivo di sconfiggere il tabù della cultura enoica italiana che lega la qualità e il prestigio del vino al tappo di sughero. Adesso è arrivato il momento di dare maggiore solidità al progetto. “Vogliamo puntare su due filoni principali: in primo luogo, la ricerca universitaria per approfondire gli effetti e l’efficacia della chiusura con tappo a vite; in secondo luogo, comunicare perché è inutile sapere se poi non dici”, spiega Walter Massa, viticoltore a Tortona, pioniere del recupero del Timorasso e oggi alfiere del tappo Stelvin. 

Gabriella Favara (foto V. F.)

Gli Svitati preparano grandi novità. “Il nostro finora è stato un club, ma abbiamo in programma di aprire alle adesioni di nuovi membri accanto ai fondatori”, continua Massa. Nelle scorse settimane, il gruppo ha già registrato l’ingresso di un altro autorevole personaggio: il barolista Sergio Germano. Subito dopo Vinitaly partirà una campagna di adesioni con l’obiettivo di allargare parecchio la platea dei ‘militanti’. A Vinitaly, con  il ‘barolista’ Sergio Germano, gli Svitati hanno ospitato Andrea Felici che rappresenta il mondo del Verdicchio e Alessio Planeta che porta dentro la Sicilia: “un brand storico e, cosa che non guasta, dei numeri importanti anche in termini di produzione - assicura Walter Massa - e proprio per questo motivo prevediamo pure l’adesione di due cantine sociali, quella di Tortona e una molto importante dall’Alto Adige”. Spazio anche alla dimensione della ricerca. Spiega Massa: “Abbiamo pensato di stabilire la nostra sede presso Alma, la scuola di cucina sita nella Reggia di Colorno, in provincia di Parma. Perché una scuola di cucina? Vogliamo creare un’alleanza con gli operatori professionali che ruotano intorno al vino: chi meglio dei ristoratori e dei cuochi? Viceversa, se avessimo scelto un’associazione di sommelier avremmo scontentato tutte le altre”. Resta un ultimo passo: l’attività di lobbying nei confronti delle istituzioni del vino. “Non vogliamo limitarci alla dimensione culturale, ma pressare il ministero e i consorzi affinché vi sia una piena liberalizzazione nella scelta delle chiusure delle bottiglie di vino”, avvisa Massa.

Il boom dei vini Lo/No: il dealcolati che l'Italia teme. Leggi l'approfondimento

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

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