"Questa è la fine del vino italiano": il dossier Ue che lo mette fra i cancerogeni. Cosa sta succedendo

Etichette con alert sanitari, limitazioni sulla pubblicità, divieto di sponsorizzazione di eventi sportivi, aumento della tassazione. Poi la svolta, che parte dal report "Beca"

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Tutte le associazioni di categoria l’avevano definito "l'inizio della fine del vino italiano", un settore che chiuderà l’ultimo esercizio commerciale con "l'ennesimo record storico dell’export a 7,1 miliardi di euro". Ed è stato subito panico misto terrore. Parliamo del report, redatto dalla Commissione speciale sulla lotta contro il cancro - Beca: Beating Cancer - composta da europarlamentari, in cui il vino giocava il ruolo di protagonista negativo: "Non esiste una quantità sicura di consumo di alcol", recita il rapporto su cui il Parlamento Europeo - riunito in sessione plenaria a Strasburgo - si è espresso un giorno fa.

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Un primo sospiro di sollievo

Facendo tirare, alla fine, un sospiro di sollievo a mezzo mondo enoico (e non solo), grazie a una serie di emendamenti passati sul testo con il voto trasversale degli eurodeputati: una sorta di maggioranza Ursula - quella che, nel luglio 2019, permise alle forze politiche, a Strasburgo, di dare il loro voto per eleggere il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen - costituita dagli eurodeputati Paolo De Castro (Pd, S&D), Herbert Dorfmann (Svp, Ppe), Pietro Fiocchi (Ecr-Fdl) e Iréne Tolleret (Renaissance, Renew) a testimonianza del dissenso emerso a Strasburgo sul piano anti-cancro Ue relativo al consumo di vino. Questi emendamenti hanno ottenuto l’appoggio degli europarlamentari con 381 voti contro 276, e 386 voti contro 270.

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La "crociata" contro il vino

In ballo c’erano un bel po’ di indicazioni rivolte a Paesi membri e alla Commissione Ue che rischiavano di abbattersi sul vino, le sue imprese e i suoi appassionati: etichette con alert sanitari, limitazioni sulla pubblicità, divieto di sponsorizzazione di eventi sportivi, aumento della tassazione, revisione della politica di promozione. Una voce, quest’ultima, che da sola vale oltre 100 milioni di euro l’anno per le attività delle imprese italiane nei Paesi terzi. Tutto sventato, grazie alla considerazione, di buon senso, che “c’è differenza tra consumo nocivo e consumo moderato di bevande alcoliche, e non è il consumo in sé a costituire fattore di rischio per il cancro”.

Avvisi cancerogeni come nei pacchetti di sigarette: come stanno le cose

Anche le avvertenze sanitarie che rischiavano di finire in etichetta sono state cancellate, mentre è stato introdotto un invito: migliorare l’etichettatura delle bevande alcoliche includendo le informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol. Ma quel che più ha contato, in questo lieto fine, è stato essere riusciti a sventare il “semaforo nero” sulle bottiglie: quello che già avviene con le sigarette con l’apposizione di quel fantomatico “bollino nero” introdotto da Nutriscore, il sistema francese di etichettatura dei prodotti alimentari - introdotto nel 2014 da Serge Hercberg, il suo ideatore - che consente al consumatore di riconoscere a prima vista i prodotti più o meno salutari sulla base di un semaforo: vino, ma anche birra e tutte le bevande alcoliche, formaggi, carne e olio (qui il nostro approfondimento).

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L'errore: mettere tutti gli alcolici nello stesso calderone

“È del tutto improprio assimilare l’abuso di superalcolici tipico dei Paesi nordici al consumo moderato e consapevole di prodotti di qualità e a più bassa gradazione come la birra e il vino che in Italia è diventato l’emblema di uno stile di vita lento, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi”, ha subito dichiarato Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana. E si possono capire i distinguo: parliamo di un settore che in Europa vale 2,5 milioni di aziende con circa 3 milioni di posti di lavoro diretti. Se ci fosse una morale, in tutta questa vicenda, potremmo individuarla nel termine “misura”.

I veri alimenti a rischio tumore

L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), ente affiliato all’OMS - sulla base di studi condotti dalla comunità scientifica di tutto il mondo - ha classificato come “cancerogeni certi”, un centinaio di elementi che “favorirebbero l’insorgenza del cancro”: si va dal fumo ai raggi UV, dall’alcol agli insaccati. Tutte sostanze con cui tutti noi, quotidianamente, entriamo in contatto. Noi esseri umani vogliamo risposte nette, non ci piacciono i “dipende” perché richiedono uno sforzo cognitivo che ci mette in crisi. Si chiama anche “complessità” e il marketing questo lo sa bene: avete mai visto una pubblicità che sponsorizzi una crema che “probabilmente” migliorerà la nostra pelle? Quella crema - al contrario - sortirà certamente gli effetti per i quali è venduta a caro prezzo e, anzi, sarà miracolosa per le rughe che segnano il viso.

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"Dipende": la risposta che non vogliamo

Ma mangiare un panino al prosciutto o esporci al sole per mezz’ora e bere un calice di vino sono davvero rischiosi per l’insorgenza del cancro? La risposta è, ancora una volta: “dipende”. È una questione di rischi. E la valutazione del rischio è fondata sulle dosi, sulla misura (quanto ci esponiamo al sole? quanto vino beviamo? quanta carne lavorata mangiamo?) e sul calcolo delle probabilità. Perciò la “misura” con cui facciamo anche cose teoricamente rischiose è la chiave per comprendere se il nostro stile di vita ci espone realmente al rischio concreto di ammalarci. Per fortuna che anche gli euroburocrati - questa volta - sono stati d’accordo nel rispondere “dipende”.

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