Fino a 65 euro per la Crazy Pizza di Briatore: polemiche e la recensione del napoletano Porzio

La nuova impresa del manager rende "experience", con relativi prezzi Vip, il cibo più popolare del mondo. Ma vale la pena di spendere tanto? Vediamo

Briatore e la sua Crazy Pizza. A destra (da Youtube) il pizzaiolo-influencer Errico Porzio
Briatore e la sua Crazy Pizza. A destra (da Youtube) il pizzaiolo-influencer Errico Porzio

Va detto: la "vecchia" pizza popolare, poco costosa e fatta di ingredienti anche molto semplici ma gustosi e per tutte le tasche, non è più così trendy. La riscoperta degli ingredienti slow food, la lavorazione di qualità e la ricchezza di impasti e accostamenti la stanno trasformando in experience. E se fai quell'esperienza devi spendere molto di più. Capita infatti di assaggiare pizze d'autore che costano non meno di 12 o 14 euro e da lì si va a salire. Che ne è dell'anima campana, stradaiola ed economica del piatto italiano più conosciuto e amato al mondo insieme agli spaghetti? La polemica divampa ogni volta che un grande nome propone la sua versione della pizza. E' andata così con quella di Cracco in Galleria a Milano, i toni si sono fatti più accesi con quella venduta come "dose" in polvere con bustina commestibile di chef Braschi. Ora tocca a Crazy Pizza di Briatore. Che suscita molte curiosità e altrettante proteste e critiche. Fino all'assaggio doc di Errico Porzio, pizzaiolo perfetto rappresentante della tradizione partenopea ma anche influencer molto seguito su TikTok e simili.

Le mille variazioni della pizza

"65 euro pe' 'na pizza? Ma cher'é"

Su La Repubblica si può leggere un resoconto ferocemente ironico e indispettito dell'esordio romano di Crazy Pizza, la nuova catena inaugurata mesi fa da Flavio Briatore a Londra, Montecarlo e Milano per poi sbarcare nel salotto della Capitale. I toni sono poco concilianti: 260 euro di conto finale. E questa descrizione: "Ai tavoli schiene nude e tatuate, magrissime. Gli uomini attillati, abbronzati, gente di mare che se ne va. Ma a Porto Cervo. Un risucchio indietro nel tempo e ci ritroviamo nel Drive In. Il 1988 ci stritola come un parente con troppo deodorante Bac". Non va meglio sulle pagine dell'Imbruttito, dove l'esperienza viene descritta come tutt'altro che esaltante. Leggiamo (e qui la recensione riguarda il locale in Largo La Foppa a Milano): "Mentre attendiamo le pizze, non ci viene offerto nessun antipasto (un po’ ci speravo!) e quindi iniziamo a vagare con lo sguardo per mettere a fuoco la fauna intorno a noi: famiglie ricche, businessman, coppie annoiate ma vestite Gucci, ragazzini in Balenciaga con collane e braccialetti di perle, di nuovo famiglie ricche e così via. "A questo punto meglio i caraibi!", esclama una signora. C’è addirittura un manipolo di diciottenni, in piedi al bancone, che fanno serata tra di loro e sembra a tutti una cosa normale. L’acustica è terribile, quindi il locale risulta molto chiassoso, ma per fortuna c’è la selezione musicale a venirci incontro: Self Control di Raf, Felicità puttana dei TheGiornalisti".

E alla fine arriva Porzio

Insomma, è chiaro che chi va da Crazy Pizza non ci va per la sola pizza made in Briatore ma per immergersi in un tiratissimo e lucidato mood anni Ottanta, memore di Yuppies, del Billionaire, del Twiga e del divertimento da villaggio turistico. Però alla fine la pizza è al centro della nuova impresa del discusso manager, e allora assaggio competente e spietato sia. Errico Porzio, che già aveva passato ai raggi X quella di chef Cracco, fa lo stesso con la Crazy Pizza. La sua perplessità maggiore è per la pizza Pata Negra che, per avere tra gli ingredienti il prosciutto spagnolo, arriva a costarr 65 euro. "Un po' troppo". Ma poi si riparte dalla base, la Margherita. E com'è quella versione Crazy che costa 14 euro? Dice Porzio: "Chi viene qui lo fa per fare una esperienza una volta nella vita. La pizza è molto sottile e leggera, si piega facilmente e cede sotto il peso del condimento. Non c'è lievito, non c'è il caratteristico bordo alto napoletano ma non è nemmeno croccante alla maniera romana. Viene fatta su una base precotta, la cottura viene completata in forno elettrico a temperatura minore di quella della tipica pizza napoletana. Ma un prodotto così ha qualcosa di geniale: può essere replicato e riproposto dappertutto". La qualità? "Non è un discorso che farei in questa sede". Applausi al colpaccio di marketing, la vera pizza napoletana è altrove. Senza rancori. 

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