Così quello che mangi cambia il modo in cui percepisci gli odori: lo studio che fa discutere

Un team di ricercatori, un gruppo di volontari, un insieme di odori e pietanze mescolati fra loro. I risultati potrebbero essere rivoluzionari

Perché tendiamo a 'perdere' l'olfatto: ora ne sappiamo di più (Foto Pexels)
Perché tendiamo a "perdere" l'olfatto: ora ne sappiamo di più (Foto Pexels)
TiscaliNews

Dimmi cosa mangi e ti dirò che odori senti, e quali puoi arrivare a percepire in modo talmente attenuato da non accorgertene quasi più. Questo adagio appare nuovo ed è frutto di un interessante studio sul rapporto fra cibo e sensi, in particolare l'olfatto, svolto dai ricercatori della Northwestern University di Chicago. Poi pubblicato su PloS Biology e qui interamente disponibile

Quegli odori che non senti quasi più

E' ancora tutto da indagare il rapporto fra consumo alimentare e modo in cui i nostri organi olfattivi percepiscono odori e profumi. Per questo lo studio svolto a Chicago fa scalpore, arriva con dati abbastanza consolidati in un ambito ancora relativamente "vergine". E dimostra che più un essere umano mangia un dato alimento, meno ne percepisce l'odore. Lo studio è stato svolto mescolando gli odori più diversi fra loro (ad esempio, pizza con pino) e chiedendo poi ad un gruppo di volontari di descrivere quel che riuscivano a distinguere. Contemporaneamente, erano monitorati via risonanza magnetica per capire quali zone cerebrali si attivassero da ogni "sniffata" di cibo. I test sono stati svolti sia a digiuno che da sazi.

E' più intenso quel che non c'è

I risultati dello studio dimostrano che il nostro olfatto resta più sensibile a digiuno e nei confronti di quei cibi (e relativi odori) che siamo meno soliti consumare. Più si mangia una data pietanza, insomma, meno la si "sente", in termini di gusto e soprattutto di olfatto. Frutto dell'abitudine, mentre restano all'erta i sensi rispetto a tutto ciò che non è abitudinario, anche per la preservazione da rischi e pericoli. I dati dello studio di Chicago promettono di essere utilizzati in due ambiti: quello del marketing alimentare, per sollecitare i consumatori a "interessarsi" di pietanze più varie o nuove, e quello neurologico e sensoriale di chi ha subito danni e non riesce a sentire più gli odori. Accade anche come effetto del Covid-19.