Oltre la pandemia e la crisi: tutti a scuola di pastorizia tra lezioni in aula e "stage" in montagna

E' uno dei mestieri più antichi e ora viene valorizzato dall'Unesco e da una serie di nuovi corsi didattici che sono un avviamento del lavoro

La pastora Valentina Merletti con il suo gregge in montagna
La pastora Valentina Merletti con il suo gregge in montagna

Nel 2019, l’Unesco ha riconosciuto, finalmente, la transumanza Patrimonio Immateriale dell’Umanità: la parola - che deriva dal verbo transumare, ossia “attraversare" - indica la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o montane (nella stagione estiva) verso quelli pianeggianti (nella stagione invernale), percorrendo le vie naturali dei tratturi. Il riconoscimento dell’organizzazione delle Nazioni Unite suggella il valore sociale, economico, storico e ambientale della pastorizia: è grazie alla pastorizia che tante aree interne e “marginali” d’Italia continuano a essere presidiate, un ruolo dunque fondamentale per la tutela del paesaggio e per il mantenimento delle biodiversità.

La prima parte dell'apprendimento tecnico e culturale, in aula

I numeri del "gregge Italia"

Secondo Coldiretti, la pastorizia coinvolge in Italia ancora 60mila allevamenti, nonostante il fatto che nell’ultimo decennio il “gregge Italia” sia passato da 7,2 milioni a 6,2 milioni di pecore”. Tra i territori più attivi, il Molise, l’Abruzzo, la Puglia, il Lazio e la Campania, seguiti dall’Alto Adige, la Lombardia, la Valle d’Aosta, la Sardegna e il Veneto. Eppure, nonostante il sempre maggiore apprezzamento per questa pratica a tutti i livelli, la pastorizia soffre di un importante problema di ricambio generazionale, con conseguenze negative sulle aziende pastorali, sul mondo del lavoro, sulle filiere ad esse connesse e sul paesaggio.

Una scuola molto particolare 

La nascita della prima Scuola nazionale di Pastorizia (SNAP), oggi, nel 2021, si fonda su queste premesse: per affrontare le tante sfide che i cambiamenti in corso hanno generato, si riconosce la necessità di dare sostegno a questo settore. “In molte realtà italiane, soprattutto nelle aree interne, montane ed insulari”, spiega a TiscaliNews Michele Nori - ricercatore dell’Istituto Universitario Europeo col progetto Pastres e responsabile delle attività formative della rete Appia “la pastorizia svolge un ruolo di vero e proprio presidio territoriale, contrastando con la sua presenza radicata e diffusa i crescenti fenomeni di abbandono. E contribuisce a tenere vivi e produttivi gli stessi territori, offrendo una forma sostenibile e autonoma di lavoro e reddito”. La Scuola nasce - come attività di formazione - da una serie di riflessioni e accordi tra vari enti, tra cui la Rete Appia, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’ Economia Agraria (CREA), l’Universitá di Torino, Eurac Research, il Consiglio Nazionale di Ricerca (CNR), Nuova Economia di Montagna (NEMO) e Agenform.

Gli stage e le fattorie didattiche, la seconda parte

Come ci insegnano gli altri

“Il modello di riferimento è dato dalle esperienze esistenti e consolidate da decenni in altri Paesi europei come la Spagna e la Francia. Gli scopi sono quelli di favorire la diffusione e lo sviluppo dell'allevamento estensivo degli animali, all’interno di una logica di multifunzionalità, attrarre risorse umane nel settore agro-pastorale e riqualificare quelle esistenti attraverso adeguati strumenti formativi, ma anche diffondere nella società la cultura legata al pastoralismo, salvaguardandone l’identità ed evidenziandone le modalità di gestione rispettose dell’ambiente”.

L'agroalimentare che trascura le sue stesse radici

Ma l’importanza del pastore è anche legata alla filiera produttiva agroalimentare, come spiega Filippo Barbera, professore di sociologia presso l’Università di Torino: “Nel nostro Paese il mestiere del pastore è paradossalmente trascurato. Infatti, cerchiamo di valorizzare l’agroalimentare e il cibo di qualità ma dimentichiamo di considerare l’intera filiera. Non puoi migliorare un formaggio senza pensare anche all’alpeggio. Bisogna puntare sulla qualità del latte perché è il presupposto per la qualità del formaggio”. 

Transumanza: per l'Unesco è patrimonio dell'umanità

Un antico scambio di tecniche

Per esempio, gli abruzzesi hanno imparato a curare le piante ed estrarre l’olio grazie al passaggio dei pastori pugliesi, senza contare tutte le ricette create per sostenere gli uomini durante questo periodo, piatti a base di prodotti facilmente conservabili e nutrienti, in grado di essere trasportati per più giorni. Come la cacio e pepe, fatta con pecorino, pepe nero e pasta essiccata – fra i prodotti a lunga conservazione più usati – o i celebri arrosticini abruzzesi, secondo la leggenda inventati da due pastori del Voltigno per recuperare la carne delle pecore vecchie altrimenti immangiabile, tagliata a pezzetti e cotta alla brace su lunghi bastoncini di legno.

«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, /silenziosa luna? /Sorgi la sera, e vai,/ contemplando i deserti; indi ti posi. /Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?». Era il 1829 quando, a Recanati, nelle Marche, Giacomo Leopardi componeva il suo Canto notturno, ispirato dalla lettura di un articolo che descriveva l’abitudine dei pastori nomadi kirghisi di intonare malinconici canti mentre contemplano la luna. E proprio alla luna, lo scrittore scriveva: «Somiglia alla tua vita /la vita del pastore. /Sorge in sul primo albore /move la greggia oltre pel campo, e vede /greggi, fontane ed erbe; /poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera».

Non solo un mestiere ma un ruolo sociale importante

Ma se il pastore di Leopardi non sperava nulla, non desiderava nulla tranne il giusto riposo dopo una giornata di lavoro, ben altre ambizioni sono all’orizzonte del giovane pastore di oggi, che si formerà alla Scuola nazionale di Pastorizia, il cui percorso formativo sarà “adeguato al profilo professionale del pastore e al suo ruolo sociale presente e futuro”. Gli esperti del settore coinvolti nel progetto (zootecnici, agroecologi, veterinari), infatti, saranno aiutati da professionisti ed esperti negli ambiti sociale ed economico.

ll programma didattico

I moduli formativi investono tutti i principali ambiti professionali dell’attività della pastorizia: nozioni rilevanti sull’allevamento, la gestione dei pascoli e delle tecniche produttive, le tecnologie, la gestione economica e il contesto normativo, le modalità di collaborazione ed integrazione con altre attività (turismo sostenibile, servizi sociali, servizi formativi, comparto agroalimentare, artigianato) con un’attenzione anche alle ricadute sociali ed ambientali, nell’ottica della sostenibilità globale della professione.

Prima in aula poi sui pendii di montagna

La prima edizione della scuola, che integra attività di apprendimento teorico, pratico e di stage in azienda, è in fase di organizzazione, e prevede una prima esperienza che dovrebbe coinvolgere territori alpini ed appenninici, a partire dal Piemonte, dall’inizio del 2022. Sul sito della SNAP, tutti gli aggiornamenti.

Un mestiere antichissimo recuperato alla modernità