Addio e grazie Andrea: la lezione di come trasformare due territori vergini in "miracolo" del vino

Aristocratico, enologo, imprenditore, visionario. Se ne va uno dei personaggi più importanti del settore. Partì da zero in Val d'Orcia e sull'Etna. Il ritratto

Andrea Franchetti
Andrea Franchetti

"Andrea era davvero un uomo straordinario, il suo talento e la sua visione erano senza compromessi”. Alberto Tasca, amministratore delegato della pluripremiata azienda siciliana Tasca d’Almerita, ricorda semplicemente così Andrea Franchetti, morto il 6 dicembre 2021 a 72 anni a causa di una malattia incurabile.

Profilo di un visionario

Aristocratico. Commerciante di vini. Viticultore. Enologo. Produttore. Franchetti era tutte queste cose. Ma prima di tutto era un visionario. Capace di vedere le potenzialità di un territorio prima di tutti gli altri, di immaginare un vino prima della sua consacrazione, di forgiare una identità quasi dal nulla. Grazie a questa dote ha fondato e diretto due delle tenute italiane più prestigioseTenuta di Trinoro in Val d'Orcia in Toscana e Passopisciaro sul versante settentrionale dell’Etna.

La scoperta della Val d'Orcia

Nato a Roma da una famiglia nobile (ma da una madre americana) si trasferisce negli Stati Uniti all'inizio degli anni '80 e lì fa il distributore di ottimi vini italiani a New York. La sua prima scoperta vitivinicola - la Val d’Orcia, nel sud-est della Toscana - risale ai primi anni '90. Situata vicino ai confini dell'Umbria e del Lazio, la zona non aveva una tradizione di vinificazione di qualità. Nel 1991 comincia a piantare varietà francesi da talee provenienti da alcune delle migliori tenute della regione di Bordeaux. “È un vantaggio fare il vino nella stranezza climatica – scrive Franchetti a proposito della Val d’Orcia – perché le viti si comportano in maniera distorta e i vini sono sorprendenti. Chi arriva in un luogo vergine e deserto come la Val d’Orcia trova immagini potenti che vengono fuori da forze senza nome. Un viticoltore può corteggiare queste immagini per anni senza capirle mai del tutto, ma intanto trasmette uno stile unico ai suoi vini”. In poco tempo, la sua produzione di rossi ricchi, strutturati e longevi diventa un punto di riferimento per i critici e gli amanti del vino a livello internazionale, con una fama globale certamente superiore a quella riconosciutagli dalla critica italiana.

Un viaggio fortunatissimo al Sud

Ma il vero capolavoro di Franchetti è la scoperta dell’Etna, dove arriva nell’anno 2000. Autodidatta e ancora ignaro delle caratteristiche del vulcano, porta con se la preferenza per i tagli bordolesi (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot). Ma anche il Cesanese d’Affile, vitigno che conosce bene per via delle sue origini romane. Sull’Etna trova gli stessi terreni vulcanici del Cesanese, anche se sulla montagna siciliana c’è più scheletro e meno terra. All’inizio, il Nerello mascalese – che è il vitigno autoctono dell’Etna – non gli piaceva. “Non capiva cosa ne veniva fuori. Pertanto, introdusse i vitigni che meglio conosceva: Chardonnay, Petit Verdot, Cesanese d’Affile”, mi raccontò una volta Vincenzo Lo Mauro, il manager della cantina di Passopisciaro, nel territorio di Castiglione di Sicilia. Per fortuna, l’incomprensione col vitigno principe dell’Etna è durato poco.

Ho incontrato Andrea Franchetti proprio sull’Etna, in occasione di una edizione di Contrade, il Festival che lui ideò e dedico ai vini dei vari versanti del vulcano. In quella occasione fui suo ospite nella cantina e mi portò a vedere quelle vigne speciali, frutto di un terroir unico al mondo e per questo assai ricche di fascino. “Avevo in mente l’Etna Nord, da sempre più vocata alla viticoltura e dopo un po’ di passaparola ha trovato 39 ettari proprio qui a Passopisciaro: quando si dice un posto destinato a te”, mi raccontò Franchetti. Nello stesso periodo arrivavano Marco De Grazia, commerciante di vini italoamericani e inventore dei Barolo Boys, e Frank Cornelissen, broker dei vini belga: tutti e tre contemporaneamente, a partire dal 2002, hanno sconvolto e rinnovato il modo di fare il vino sull’Etna.

Dai mille pezzi di terra frammentati al grande movimento unitario

Quando Franchetti arrivò sull’Etna, il vino nemmeno si imbottigliava: si vendeva soprattutto lo sfuso. Molti residenti avevano pezzetti di vigneto, con una enorme frammentazione della proprietà. Ma le aziende erano poche: Torrepalino, Cottanera e qualche altro. C’erano già alcuni produttori di qualità come Benanti, Scammacca del Murgo e Nicolosi di Villagrande, ma non creavano ancora un movimento capace di affermarsi fuori dai confini di quel territorio. Franchetti trovò vigneti abbandonati e desolazione. Alcuni viticultori avevano i classici tendoni, facevano produzioni massive, imbottigliavano qualcosa ma la gran parte del raccolto era ceduta ai pochi imprenditori locali. Ma il suo sguardo visionario vide subito ciò che altri non avevano: un potenziale non sfruttato che poteva contare sull'alta quota, sulla luce solare più intensa, su opposti picchi di temperatura tra il giorno e la notte, sulle viti ad alberello estremamente antiche - anche 80-100 anni - molte delle quali sopravvissute alla fillossera.

La nascita di un "tesoro"

Un patrimonio inestimabile che Franchetti ha contribuito a rivalutare con una viticoltura più moderna e precisa e con un marketing adeguato. All’inizio Franchetti punta su un blend di Petit Verdot (70%) e di Cesanese d’Affile (30%), per il rosso, e sullo Chardonnay, per il bianco. Ma l’Etna con le sue mille varianti, imposte dai terreni frutto di diverse colate laviche, lo stupisce e lo cambia. Dal 2008 Franchetti comincia a proporre vini di contrada a base di Nerello Mascalese: i vigneti cambiano l’uno dall’altro, a seconda del terreno, e il vitigno autoctono è il più adatto per interpretare queste variazioni. Oltre al Passorosso, che è il vino di base, arrivano così le contrade con i loro nomi suggestivi: Chiappemacine, Porcaria, Rampante, Sciaranuova. Il campione di questi cru è il Nerello Mascalese. Ne derivano vini fini, precisi, eleganti, puliti: qualcosa che non nemmeno Franchetti si aspettava, ma che la sua sensibilità ha presto saputo cogliere. “A differenza dei vini che faccio in Toscana con Cabernet Franc e piccole quantità di Merlot e Cabernet Sauvignon, il Nerello Mascalese non ha bisogno di un lungo contatto con le bucce durante la vinificazione. Sull'Etna, fondamentalmente faccio vino dal succo. E invece di invecchiare in barrique, invecchiamo in botti grandi neutre”, ha raccontato Franchetti in una recente intervista a Wine Enthusiast. Innovare, per lui, è stato anche questo: accettare una sfida, scegliere l’eccezione.

L'evento dell'anno sul vulcano

Non pago di aver creato cru specifici per ciascuna contrada, Franchetti ha poi compreso la necessità di raccontare questa eccezionalità dell’Etna. Nasce così Contrade dell’Etna, l’evento evento enologico annuale più importante sul vulcano, che raccoglie i giornalisti e gli appassionati per scoprire le nuove annate ma soprattutto le diverse varianti dei vini del territorio. Un evento che merita di essere studiato nei manuali della comunicazione del vino e del marketing territoriale. Quando ebbi il privilegio di chiedergli di questa grande invenzione non mancò certo di mostrarsene fiero. Ma, allo stesso tempo, fu bello cogliere nel suo sguardo la generosità visionaria di chi mette la sua idea a disposizione di tutto il territorio. Per questo tutti i produttori dell’Etna devono essergli grati. “Andrea è stato un produttore di genio prima di tutto perché ha cercato di misurare la propria intelligenza e la propria sensibilità lavorando la materia prima che dà origine al vino. Il suo è sempre stato un vino pensato, concepito da una mente eclettica e rinascimentale, come tale trattato alla ricerca di una bellezza assoluta, né figlia dei tempi né figlia del gusto contingente del cosiddetto mercato. Una bellezza fuori dal luogo e fuori dal tempo”, spiega Armando Castagno, uno dei più grandi esperti di vino italiani, ricordando la sua figura sul suo profilo Facebook. Ovviamente, è stato capace di concepire questa idea bellezza in contesti eccezionali, come quelli della Val d’Orcia e dell’Etna. “Onestamente, e fuori di retorica, credo sia stato uno dei più grandi interpreti del vino della storia di questo Paese, e confido che il tempo gli consegni definitivamente questo tributo, che forse gli avrebbe fatto piacere ricevere”, conclude Castagno nel suo post. E noi non possiamo che essere d’accordo con lui. Ciao Andrea e grazie di tutto.