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Angelo Gaja, il genio che ha cambiato il modo di fare il vino in Italia. Il primato assoluto e l'oscar di Wine Spectator

Un grande percorso di amore, rapporto col territorio, capacità di innovazione e grinta assoluta nello sfidare i colossi americani. La sua storia

di Vittorio Ferla   
La copertina di 'Wine Spectator', la 'bibbia' internazionale del vino, che celebra Gaja
La copertina di "Wine Spectator", la 'bibbia' internazionale del vino, che celebra Gaja

Angelo Gaja, campione del vino italiano è il titolo che campeggia sulla copertina del numero di Aprile 2024 di Wine Spectator, la rivista americana che conta 4 milioni di lettori nel mondo, bibbia di riferimento del settore. È la terza volta nella storia del magazine che la copertina viene dedicata al produttore piemontese riconosciuto da tutti come il re del Barbaresco. Si tratta di un primato assoluto tra i produttori: Piero Antinori si ferma a due copertine (1994 e 2015), mentre una copertina è stata dedicata in passato a Oscar Farinetti (2013), Ludovico Antinori (2016), Marilisa Allegrini (2017) e Nicolò e Priscilla Incisa della Rocchetta (2018). Ma Gaja può vantare un altro primato: nel 1985 è stato il primo produttore italiano al quale Wine Spectator ha dedicato una copertina in un momento storico in cui l’Italia del vino non era ancora una grande potenza esportatrice come oggi.

È stata proprio questa la svolta impressa da Gaja, “ossessionato dal convincere gli americani che i vini di Barbaresco meritassero un posto al tavolo dei grandi classici del vino del mondo. Oggi, può riposare sapendo che ha raggiunto quell’obiettivo”. Così spiega Marvin Shanken, editore di Wine Spectator, introducendo l’intervista all’uomo che ha segnato un prima e un dopo nella storia del vino italiano. Nel 1961, al suo debutto in azienda, Angelo, quarta generazione della famiglia, fu pioniere della valorizzazione del Barbaresco nel mondo. Fu il primo a capire che l'export era la carta vincente per il vino italiano: proponendo il suo prodotto sul mercato americano cominciò la grande scalata della sua cantina.

L'inizio di una storia bellissima

Il suo percorso prende il via tra Barbaresco, Treiso e Neive. “Fu mio padre, quando avevo terminato le scuole medie, ad avviarmi all’Istituto Enologico di Alba. Non avevo alcuna intenzione di andarci ma neppure avevo chiara l’idea dell’istituto superiore presso il quale iscrivermi”, racconta Gaja, erede di una cantina che ha mosso i suoi primi passi nel 1859 ma che, grazie a lui, è stata riconcepita, modernizzata e rivoluzionata, trasformandola in apripista per tutta l’Italia enoica. Basti qui ricordare alcune tappe fondamentali: l’introduzione delle barrique dal 1966 (per il Barbaresco dal ’78); un viaggio negli Stati Uniti, nel 1972, che risulterà fondamentale per la sua formazione; gli impianti di Chardonnay e Cabernet Sauvignon fortemente voluti per conquistare definitivamente i mercati internazionali; i prezzi dei suoi cru decisamente più elevati rispetto alla media con l’obiettivo di rappresentare una qualità sempre più alta e di nobilitare la produzione italiana più prestigiosa e affidabile. Oggi Angelo è affiancato dagli eredi Gaia, Rossana e Giovanni, senza soluzione di continuità rispetto agli insegnamenti paterni.

Un'altra svolta

Fin qui il suo percorso è stato un viaggio affascinante. Nel 1964 Giovanni Gaja, il papà di Angelo, acquista dalla curia un vigneto situato in una magnifica posizione in prossimità del fiume Tanaro. La località era dedicata a San Lorenzo, che dà il nome anche alla cattedrale di Alba, ed era famosa per i tartufi bianchi. La prima annata del Barbaresco ottenuto con le uve di questo vigneto esce nel 1970. Per il nome, Angelo sceglie il termine dialettale sorì, che indica le colline baciate dal sole. Con Sorì San Lorenzo si apre un nuovo capitolo che poi avrebbe ricompreso i poderi di Sorì Tildin e Costa Russi. Successivamente, Gaja sbarca nel mondo del Barolo con l’acquisizione di terreni a Serralunga d’Alba e a La Morra. Nel primo caso la vendemmia di esordio risale al 1988. Nel 1996 arriva invece Cerequio. Ma Angelo Gaja non si accontenta e punta anche la Toscana, l’altro grande polo del rosso italiano, riconosciuto a livello globale. Si spiega così, nel 1994, l’acquisizione della tenuta di Pieve di Santa Restituta, a Montalcino. Quindi è la volta di Bolgheri, nel comune di Castagneto Carducci, con Cà Marcanda. L’ultimo progetto esplorativo del re del Barbaresco riguarda l’Etna.

Un incontro che sapeva di "destino"

Fu il famoso enologo Giacomo Tachis, nel 2000, a far scoprire ad Angelo il fascino del vulcano più alto d’Europa. Ma sono passati 17 anni prima di porre le basi per la nuova avventura societaria con Alberto Graci Aiello, viticultore sul versante nord del vulcano, a Castiglione di Sicilia. L’azienda in comune si chiama Idda, il nome con cui gli abitanti del luogo indicano l’Etna, “‘a muntagna”. “Il pensiero è sempre stato quello di produrre un vino che sia in grado di svelare/raccontare il luogo in cui nasce”, spiega Angelo Gaja. “È il nebbiolo a produrre i vini Barolo e Barbaresco, che nascono da vigneti coltivati sulle colline delle Langhe. Il Sangiovese solo a Montalcino può generare il Brunello. Non esistono alternative”, continua. Poi aggiunge: “Vale lo stesso per i vini di Idda sull’Etna, dove le varietà Nerello Mascalese per il rosso e Carricante per il bianco esprimono magnificamente l’unicità e la preziosità del luogo. Infine, a Bolgheri con la cantina Ca’ Marcanda vogliamo fermamente produrre dei vini che parlino toscano”.

Un grande "esploratore"

Grazie a questo incontentabile desiderio di scoperta, Gaja ha segnato una svolta per il vino italiano. Puntando alla presenza dei propri vini nelle carte dei migliori ristoranti del mondo e uscendo dal seminato della provincia piemontese, ha saputo confrontarsi con i più prestigiosi produttori planetari. “Il mio aneddoto preferito su Angelo Gaja risale al 1991”, racconta Marvin Shanken di Wine Spectator. Il produttore piemontese aveva sempre risposto “impossible” alla richiesta di tenere una presentazione alla celebre New York Wine Experience, l’evento enoico americano più prestigioso. Finalmente Shanken riesce a coinvolgere Gaja in un seminario davanti a mille persone. “Alla fine del seminario c’era una pausa, che è il momento in cui tutti corrono verso le uscite per fare altre cose. Questa volta centinaia di partecipanti si misero in fila per salutare Angelo Gaja e stringergli la mano. Era come se stessero incontrando il Papa. In 42 anni di Wine Experience non ho mai visto un pubblico così affezionato ad una persona”. Il carisma del re del Barbaresco aveva conquistato l’America.

di Vittorio Ferla   

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