I riti esoterici e le pietre"maschio e femmina" a guardia della vigna: la scoperta straordinaria

Dalle lezioni di Steiner alle strategia anti malie e contro la cattiveria della Natura, tutto si incrocia dentro un terreno ed è ora in mostra a Barolo

Le due pietre nel cuore delle Langhe-Roero
Le due pietre nel cuore delle Langhe-Roero

È il momento perfetto per parlare di vino e magia. Nei giorni scorsi, la proposta di legge che dovrebbe equiparare l’agricoltura biodinamica a quella biologica, rendendo accessibili ai finanziamenti pubblici tecniche esoteriche e di «stregoneria», ha scatenato un putiferio di reazioni e polemiche, irrobustito, come al solito, dalla grancassa social e da una buona dose di approssimazione. Il testo di legge è assai articolato e non si occupa soltanto di cornoletame e vescica di cervo maschio adulto, ma era facile prevedere che certe immagini si sarebbero prese tutta la scena (ci ha ironizzato su anche Crozza) e che il mondo della scienza, sulla graticola da quasi due anni per via del Covid-19, avrebbe colto al volo l’occasione, con appelli alla razionalità e all’uso ponderato delle risorse economiche dello Stato.

Il ritrovamento e la mostra

I discepoli di Steiner

Non entrerò nel merito della questione, limitandomi a ricordare che la biodinamica ha un luogo e una data di nascita, Koberwitz (Polonia), 7 giugno 1924, e riconosce come suo fondatore Rudolf Steiner, filosofo austriaco, riformista sociale, massone ed esoterista, eclettico e controverso padre dell’antroposofia, una teoria di stampo olistico che spiega con metodo scientifico entità e fenomeni, non appartenenti, secondo la maggior parte dei sistemi metafisici, all’ordine delle realtà accostabili dalla conoscenza razionale. Steiner non si è mai occupato di agricoltura, né tantomeno di vino. Sono stati i suoi discepoli a rielaborare le otto lezioni, da lui tenute in Polonia, riducendo il complesso (per quanto discutibile) sistema delineato al manifesto di «ars viticola naturalis», fondato sulla fertilità del suolo e sulle forze cosmiche "amiche", ovvero sull’assenza di malattie nei terreni e sulle fasi lunari, suppergiù le credenze che regolavano la viticoltura al tempo dei nostri nonni.

La scoperta nel cuore delle Langhe

Ed è proprio a nonno Pasqualin che è andato il mio pensiero, quando, lo scorso anno, l’antropologo e professore Piercarlo Grimaldi (una cara conoscenza dai tempi della comune militanza in Slow Food), mi ha raccontato una storia straordinaria, legata a una scoperta da lui fatta una quarantina di anni fa nelle Langhe. Grimaldi, già rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, con all’attivo decine di pubblicazioni incentrate sulla scomparsa – o meglio, su ciò che resta – della civiltà contadina tradizionale, nel 1980 si imbattè in una vigna magica a Vesime.

Più forte di una terra fatta di pietre e drammi storici

Chi ha letto i libri di Pavese o di Fenoglio si ritroverà nell’atmosfera del luogo. Quella di Vesime è una Langa di confine, stretta tra i fiumi Belbo e Bormida, aspra e boscosa, fatta di pietra più che di terra, lontana, nello spazio e nella mente, dagli orizzonti affusolati e dalle argille «benedette» che contrassegnano le colline del Barolo e del Barbaresco. Qui si è sempre combattuto più che altrove, contro la miseria, la fatica e i tedeschi durante l’ultima guerra. A Vesime c’era un aeroporto, l’Excelsior, attivo per pochi mesi nell’inverno 1944-45, che rifornì di truppe alleate e materiali la resistenza partigiana locale, contribuendo alla liberazione di Alba e Torino. Pensate a una pista di atterraggio per mezzi da ricognizione Lysander e grossi DC3, in una valle strettissima e lungo il greto di un fiume: se non è magia, questa.

Quelle pietre "antropomorfe" trovate nella vigna

E di certo già allora vegliavano, sulle colline e sulle intricate vicende umane, le «pietre magiche» della vigna Camongìn, oggetto della rivelazione del prof. Grimaldi: venti coppie di stele antropomorfe scolpite nell’arenaria, la classica «pietra di Langa», che affiora durante i lavori di scasso dei vigneti e che, in passato, era modellata da abili scalpellini, i cosiddetti picapère, capaci di dar forma a mortai, lavelli, mangiatoie. Qualcuno, però, per una volta ne aveva fatto un uso diverso, scolpendo una schiera di sagome dalle fattezze umane, maschili e femminili, posizionate, a coppie, in testa ai filari della vigna, che risultava, in questo modo, perimetrata da un piccolo esercito di sentinelle, accostabili, secondo Grimaldi, ai celebri moai dell’Isola di Pasqua. L’uso dei verbi al passato è d’obbligo, perché, quando lo studioso arrivò a Vesime, della quarantina di pali di testa originali, ne sopravvivevano solo due, una coppia, maschio e femmina, che ben presto si sarebbe separata per la misteriosa scomparsa di quest’ultima.

Dentro il "magismo contadino"

Le stele antropomorfe avevano una funzione di protezione del vigneto, dalla grandine o dalle malattie della vite, e costituivano uno spettacolare esempio di ciò che Grimaldi definisce «magismo contadino», un sistema culturale complesso e uno dei più rilevanti «indicatori di senso» espressi dalla tradizione popolare. Un tempo, l’interpretazione magica del mondo connotava le comunità. Dove non giungeva la ragione scientifica, s’innestava quella magica, che aiutava gli uomini e le donne a capire e accettare ciò che non trova comprensione e soluzione nella razionale intelligenza. La civiltà contadina ricorreva a formule, azioni e riti, canonizzati dalla consuetudine e impastati di credenze religioso-pagane, per scongiurare i pericoli connessi al lavoro nei campi.

I rituali scaccia malie che avvelenavano la terra

Tra tutti i materiali, alla pietra si sono sempre attribuiti forti poteri. Contro il fulmine, capace di incenerire i vigneti, si ricorreva a piccole punte di pietra conficcate nelle vene dei pali di testa. A presidio delle preziose sorgenti d’acqua, venivano poste pietre scolpite con fattezze umane. Nelle chiese di paese, non è raro imbattersi in capitelli e fregi che ritraggono scene di vendemmia, in stretto dialogo con la sfera divina, per stimolare la fecondità della terra e l’abbondanza del raccolto. E di certo la pietra aveva una funzione magica nel contrastare le patologie della vite, fillossera in primis, il temibile afide che flagellò i vigneti a cavallo tra Otto e Novecento e contro il quale si tentò ogni rimedio, compreso il fuoco, per poi riporre fiducia nei pali in pietra antropomorfi, messi a guardia dei filari. Questa doveva essere la funzione dei due esemplari ritrovati, fotografati e «interrogati» per quarant’anni da Grimaldi.

Tributo ad una storia antichissima

Quando, lo scorso autunno, Barolo è diventata la prima Città Italiana del Vino, titolo che manterrà fino alla fine del 2021, al comitato scientifico del WiMu è venuto spontaneo pensare alle pietre magiche, di cui l’antropologo è custode culturale e morale, come possibile simbolo dell’iniziativa, che nei prossimi mesi porterà nel cuore delle Langhe eventi, mostre, dibattiti e celebrazioni (qui il programma completo). Tanto più in un momento eccezionale, com’è quello che stiamo vivendo, ci sembrava un doveroso tributo alle generazioni che ci hanno preceduto, patriarchi e nonni, tra cui i miei, rimasti sempre fedeli a una terra grama, dignitosi di fronte alle avversità, di qualunque origine fossero, forse un po’ ingenui, o, semplicemente, sprovvisti delle conoscenza, e per questo disposti a gettarsi tra le braccia delle credenze, del mito, della pietra scaccia fulmini e scaccia pensieri. E qui c'è tutto il necessario per programmare un soggiorno nel territorio delle Langhe-Roero

Nella "Sala degli Stemmi"

E così, d’intesa col Comune di Vesime, che oggi ne detiene la proprietà, le due stele supersititi (il maschio, originale, e la femmina, riprodotta dal picapère Nando Gallo su fotografia di Grimaldi dell’originale) sono da qualche giorno protagoniste della mostra temporanea allestita presso il WiMu – Museo del Vino Castello di Barolo. I reperti si trovano nella Sala degli Stemmi, al termine del percorso espositivo del WiMu, come se, dopo il racconto di 6.000 anni di stretto rapporto tra la vite e l’essere umano, fosse ancora necessario un estremo sussulto di formularità e saggezza contadina, per ritrovare un senso compiuto in questi smarriti giorni delle nostre esistenze. Come se, al di là delle battaglie ideologiche su cui ogni giorno ci avvitiamo, persino quando si parla di influenze lunari e uso di compost in agricoltura, la pacatezza degli antenati, quel loro modo di esserci-stati ed esserci-per-sempre, ci permettesse di decollare, come nei giorni impossibili e miracolosi dell’Excelsior e dei guardiani intaccabili dei vigneti.