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Etna Doc, ritratto di un successo milionario dove il vino ha fatto rinascere un intero territorio

Le voci, le sfide, le esperienze di chi ci ha creduto, ha moltiplicato i fatturati e alzato la qualità del prodotto. Per raccontare un'intera cultura e comunità

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

Il cosiddetto rinascimento dei vini dell’Etna risale ai primi anni del 2000. Ma l’esplosione economica del fenomeno è molto più recente e corrisponde all’ultimo decennio. I dati del Consorzio dell’Etna Doc parlano chiaro. Nel 2013 la denominazione poteva contare su una produzione di 11.565 ettolitri per un totale di un milione e mezzo di bottiglie. Dieci anni dopo, nel 2023 la produzione è di fatto quadruplicata: circa 44 mila ettolitri per un totale di 5 milioni e 855 mila bottiglie. “È un aumento fisiologico ponderato: il nostro territorio ha vissuto una rinascita nell’ultimo decennio e sta arrivando a regime adesso. I numeri di quest’anno non dovrebbero più crescere in modo esponenziale, anche perché da 3 anni abbiamo proceduto alla chiusura dell’ettaraggio: gli aumenti della superficie vitata si limiterà all’1% annuo previsti dal portafoglio regionale”, spiega Francesco Cambria, avvocato, titolare dell’azienda Cottanera e presidente del Consorzio dal 20 dicembre 2021.

Le voci che hanno costruito un'eccellenza del territorio

Anche Seby Costanzo, architetto, titolare di Cantine di Nessuno e vicepresidente del Consorzio, conferma una prodigiosa crescita: “Nel 2012 c’era la metà di superficie vitata. Siamo passati dai 600-700 ettari di allora ai 1200 ettari di oggi. Molti sono impianti nuovi, molti sono il recupero di vecchi vigneti già esistenti. Ma nel biennio del Covid il Consorzio ha chiuso l’espansione con l’obiettivo di abbassare le rese per quell’anno. In Italia, del resto, c’è un problema di giacenze: si parla di una vendemmia intera conservata in cantina”. Eppure la crescita così tumultuosa della denominazione può creare qualche sospetto. Sul punto fa chiarezza Costanzo: “Sull’Etna abbiamo 435 produttori di uva e 175 imbottigliatori, 1200 ettari in produzione, con un massimo di 90 quintali per ettaro secondo disciplinare. Ma la media reale è di 55 quintali per ettaro cui corrispondono 66 mila quintali di produzione. Così i conti tornano e giustificano i circa 6 milioni di bottiglie rilevati, un numero che dimostra che si tratta di un territorio vero. E poi non dimentichiamo che nel 1883 sull’Etna c’erano 50mila ettari vitati”.

Parola d'ordine: diversificare

Quanto alle tipologie di vino, spiega Cambria, “se prima la superficie era sbilanciata a favore del rosso, la crescita maggiore riguarda l’Etna Bianco a base di uva Carricante. Freschezza, sapidità, le sensazioni della montagna sono la base del loro gradimento”. Nel 2018 l’Etna Rosso valeva il doppio del bianco (2 milioni di bottiglie di rossi contro uno di bianchi) e la produzione cresceva del 59% rispetto al 28% dei bianchi. Nel 2023 lo scenario è radicalmente cambiato: le bottiglie di rosso sono 2 milioni e 700mila a fronte dei 2 milioni e 400 mila di bianchi, comprensive dell’Etna Bianco Superiore localizzato a Milo. Quest’ultima tipologia, che fa ancora numeri modesti, è comunque triplicata, anche perché i produttori che all’inizio erano appena tre pionieri oggi sono diventati poco più di una ventina. Aggiunge Cambria: “Anche per gli spumanti c’è una crescita percentuale (più che raddoppiate le bottiglie rispetto al 2018, ndr) ma si tratta ancora di una base numerica piccola”. Ricorda Costanzo: “Fino a 10 anni fa i produttori di spumante erano 3-4 produttori, oggi ci sono 20-25 per un totale di poco più di 200 mila bottiglie di doc”. Proprio lo spumante è una delle novità del disciplinare che sancirà il passaggio dalla doc alla docg, deliberato in una recente assemblea del consorzio, con l’estensione della produzione di bollicine al Carricante (finora era limitata al Nerello Mascalese). In più, si fissa un limite massimo a 70 quintali per la produzione dei vini di contrada e del Bianco Superiore.

Quell'altitudine non basta

Resta aperta la questione dei confini della denominazione. Le vigne di molti produttori, spesso molto piccoli, sono collocate al di sopra o al di sotto dell’altitudine indicata dal disciplinare oppure nel versante Ovest dell’Etna, che è fuori della denominazione fin dalla nascita, nel 1968. Ecco perché molti premono per modificare i limiti attuali. Il Consorzio però fa scudo. “È una forma di autodifesa - ammette Seby Costanzo - abbiamo già limitato i nuovi impianti. I limiti all’espansione sono necessari e poi all’interno della doc c’è ancora tanto spazio. Fuori doc ci sono sicuramente casi interessanti come la Etna Urban Winery sita in un’area urbana, ma non si può allargare la denominazione fino a ricomprendere tutta la provincia di Catania. Allo stesso modo, una doc di ricaduta ha poco senso per un territorio così piccolo: meglio usare le Igt disponibili e dire che sei sull’Etna”.

Quello che ancora manca

Nel frattempo, alla crescita della produzione e al consolidamento della governance del consorzio non corrisponde ancora la capacità di comunicare in modo appropriato. Sul piano della produzione l’Etna rivaleggia ormai con i mostri sacri del vino italiano - dal Barolo, al Brunello all’Amarone - ma la Doc non organizza ancora un’anteprima all’altezza del brand. La manifestazione storica più nota resta Contrade, una pionieristica invenzione di Andrea Franchetti, il fondatore dell’azienda Passopisciaro da poco scomparso, che oggi però è gestita da un’agenzia privata, fuori dal controllo del Consorzio. “Da un paio di anni organizziamo gli Etna Days, l’evento consortile nato grazie ai Psr e Ocm (che puntano alla internazionalizzazione) e rivolto soprattutto alla stampa statunitense (del resto gli Usa sono il mercato principale per i vini dell’Etna, ndr) e, dal 2023, a quella svizzera e britannica. L’evento si allargherà nel tempo anche alle testate europee e nazionali”, assicura Francesco Cambria.

Quello che sta per arrivare

Secondo Seby Costanzo, tra i primi effetti del nuovo corso del Consorzio c’è la recente partecipazione unitaria al Vinitaly 2024: “Un’area dedicata all’Etna con 50 produttori uniti da un’immagine coordinata: un unico produttore da 6 milioni di bottiglie”. Infine, Costanzo ha avviato un progetto nuovo: inserire Catania, nella cui provincia insistono i 10 comuni dell’Etna doc, tra le città del vino per poi candidarla a Città del Vino 2025. Un traguardo che offrirebbe a tutta la denominazione una grande opportunità di promozione. Nel frattempo, fari puntati su Contrade dell’Etna - la storica manifestazione ideata da Andrea Franchetti, il patron dell’azienda Passopisciaro scomparso nel 2021 - che si svolgerà quest’anno dall’11 al 13 maggio a Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania (info: lecontradedelletna.com).

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   
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