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Mastroberardino e il Taurasi fra i primi 5 vini del mondo. Un'eccellenza che unisce nuovo e antico

Il grande marchio della produzione enoica irpina entra nella top 10 del prestigioso Wine Spectator, era partito 84mo. Nel mezzo c'è una grande storia di ricerca

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   

Il Taurasi Radici Riserva 2016 di Mastroberardino, storica cantina irpina con sede ad Atripalda, in provincia di Avellino, entra tra i primi 10 vini della classifica Top100 della celebre testata americana Wine Spectator. La iconica etichetta di Aglianico in purezza di Mastroberardino conquista il quinto posto nella prestigiosa lista di eccellenze globali di WS - scavalcando il Cabernet Sauvignon Howell Mountain 2019 fermo al sesto posto -  con un grande balzo in avanti rispetto all’anno scorso, quando il Taurasi Radici 2017 si era piazzato 84esimo. Un grande risultato per la viticoltura italiana che proietta il Sud e la Campania sul tetto del mondo.

Quarant'anni di lavoro su una qualità in crescita costante

Aglianico in purezza, Il Taurasi Radici Riserva è stato prodotto per la prima volta nel 1986. Le uve provengono dalla parte più alta del vigneto Montemarano ad un’altitudine di circa 550 metri. Le radici dei filari affondano in un terreno argilloso e calcareo con una forte presenza di scheletro. La produzione del vino prevede una lunga macerazione delle bucce di circa 25 giorni e, dopo la fermentazione, un affinamento in barriques di rovere francese e botti di Slavonia per un periodo di 30 mesi. Come ultima fase di produzione, un lungo riposo in bottiglia di 40 mesi precede l’immissione sul mercato. Il Taurasi Radici Riserva sa di prugna matura, tabacco, spezie e note balsamiche. Il sorso è avvolgente, elegante e ricco di aromi: ciliegia, pepe nero, liquirizia.

L'invenzione del progetto "Radici"

“Negli anni 70 i rossi da Aglianico erano agili e non troppo concentrati. Fu allora che mio padre Antonio, partendo da studi specifici per ottenere uve più equilibrate, inventò il progetto Radici: maggiore densità di impianto e maggiore indice di morbidezza”, racconta Piero Mastroberardino, leader di ultima generazione della celebre azienda omonima oltre che professore ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università di Foggia.  “Furono rivisitati i legni: mio padre abbandonò il castagno e i legni più aspri e introdusse anche il mélange tra botte mediogrande di 50 ettolitri e barrique già sfruttate. Uno stile che ha attraversato i decenni fino ad oggi”, continua. In più un altro passaggio importante: “Alla fine degli anni 70 si passa dai vini assemblati all’approccio dei cru provenienti da singoli siti bene identificati: il risultato è una qualità massima”. La cantina di Atripalda è chiamata così a confrontarsi con il jet-set internazionale del vino.

L'invasione dei nuovi arrivati

“Negli anni 90 c’è una pressione di newcomers nel mondo del vino - racconta Piero Mastroberardino. Arrivano i Cabernet californiani e i Malbec argentini, caratterizzati da un eccesso di legno e di frutto: gusto da ‘Big Bubbles’ ma la critica li incensava. Così il nostro Taurasi, che è tanto austero, veniva giudicato troppo antico. All fine di quel decennio mio padre ne soffrì, ma oggi le nostre etichette sono premiatissime e la critica si è dovuta scusare per l’abbaglio”. Da quel momento arriva una svolta. Maggiore studio sulle estrazione dalle bucce. La macerazione realizzata senza schiacciare i vinaccioli. In più, se i tempi della macerazione duravano solo 8 giorni negli anni 60-80, dal 2000 passarono a 20-22-24 giorni. Queste nuove tecniche di vinificazione provocarono un cambiamento importante, ricorda Mastroberardino: “vini più cupi e più fitti con un frutto dominante, caratteristiche diverse che produssero un enorme successo nelle prime due annate. Poi, nel 2004 il nostro Taurasi divenne vino dell’anno superando il Sassicaia e altri”. Insomma, un ciclo di vendemmie straordinarie fino al 2005 che ridiede legittimità alle famiglie del vino del Sud e al Taurasi in particolare. Perfino nel 2006, che fu un’annata critica, il Radici si classifica tra i 100 migliori vini del mondo di Wine Spectator. “Quella del 2008 è un’annata straordinaria dedicata a papà: un grandissimo vino che la rivista Decanter celebra come vino dell’anno nel 2013”, racconta Mastroberardino passando poi all’elenco delle annate successive: 2011 (buona), 2012 (calda), 2013 (piovosa), 2014 (“ha uno stile irpino, frutto di freddo e pioggia, ma ottiene un successo enorme a dimostrazione che i vini irpini riescono nelle difficoltà”), 2015 (“perfetta”), fino al successo di oggi. Che ha dimensione globale, attirando la stima di firme prestigiose della critica enoica come James Suckling e Robert Parker.

Anni Duemila, una nuova partenza

Ma per una grande cantina con tanta storia non può essere sufficiente limitarsi a vivere sugli allori, ripercorrendo sempre la stessa strada. Negli anni duemila si fa spazio così ad un nuovo progetto che all’inizio nasce come un tributo alla memoria di Antonio Mastroberardino e poi però diventa un modo per anticipare l’onda di un nuovo gusto dei consumatori. “Mio padre Antonio - spiega Piero - mi ripeteva quanto fosse importante impostare un programma di ricerca capace di ripercorrere a ritroso l’asse del tempo e riportarci alla viticoltura irpina di anteguerra, a una fase di minore contaminazione e di più profonda caratterizzazione varietale, a uno stile di vini più marcatamente territoriale”. Nasce così Stilema, un Taurasi che evoca lo stile di vinificazione degli anni 60: solo 8 giorni di macerazione. Si ottiene così un vino più fine, meno concentrato, pulito che anticipa e cavalca l’onda recente dei rossi più leggeri. Un vino più ricco di speziatura, meno intenso ma più agile.

Il tempo circolare del vino

Dice Mastroberardino: “Bisogna avere una visione: Stilèma è una riproposizione filologica, un vino integrale, senza cedevolezze né ruffianerie, un vino sincero e schietto che rispettano i suoli, un vino verticale e salato, con quell’eccesso di acidità che ci permettere di intervenire con la fermentazione malolattica”. C’è una filosofia alla base di tutto questo? “Nel mondo del vino il tempo non è lineare ma circolare. Noi ci muoviamo per segmenti e obiettivi: nel vino le cose ritornano. E così Stilèma oggi appare come il prodotto più moderno e innovativo possibile, ma è un vino degli anni 60, mentre Radici è oggi considerato il grande classico, ma quando è nato nel 1986 era innovativo. È il mio modo di interpretare l’Aglianico, divertendomi”. Parola di Piero Mastroberardino.

Mastroberardino punto di riferimento dell’enoturismo

Visitare le cantine della famiglia Mastroberardino è un viaggio nel tempo attraverso una storia che ha esaltato l’Irpinia vitivinicola. Il caveau privato di famiglia riporta i visitatori indietro di cent’anni per conoscere i testimoni di vendemmie lontane: dai grandi bianchi d’Irpinia degli anni ’60 e ’70 fino ai Taurasi degli anni 20 del secolo scorso. L’esperienza si arricchisce con la visita della collezione d’opere d’arte del MAG (Mastroberardino Art Gallery) e della inesauribile raccolta documentale e materiale custodita nel MIMA, il Museo d’Impresa Mastroberardino Atripalda. L’azienda offre anche l’opportunità di soggiornare nel Radici Resort, a Mirabella Eclano, immerso in una tenuta di sessanta ettari, al centro dell’area di produzione del Taurasi docg. Infine, il ristorante Morabianca, posizionato all’interno di Radici Resort. A quattrocento metri sul livello del mare, avvolto dai vigneti, il Morabianca offre una cucina espressione del territorio: ciascun piatto racconta questo luogo e sottolinea il forte legame con la storia e la cultura dell’Irpinia. Dall’olio extravergine di oliva da Ravece e Ogliarola, il Soleyon prodotto dalla casa, ai sapori decisi dei funghi e dei tartufi, alla ricchezza dei formaggi e dei prodotti caseari, dei salumi tipici e delle verdure e ortaggi locali. Infine, la pasta artigianale, realizzata con i grani provenienti dalle aree più interne della provincia. 

Vittorio Ferladi Vittorio Ferla   
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